Zonasei

Al centro del campo e senza confini precisi.

la bellezza è semplice.
La bellezza è semplice.
12 Aprile 2020
Il bosco
21 marzo 2020
viaggia sempre, anche con la fantasia…e sorprenditi ogni volta
2 febbraio 2020
“Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse.
Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide.
Per altri non sono che delle piccole luci.
Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi.
Per il mio uomo d’affari erano dell’oro.
Ma tutte queste stelle stanno zitte.
Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Quando tu guarderai il cielo, la notte,
visto che io abiterò’ in una di esse,
visto che io riderò’ in una di esse,
allora sarà’ per te come se tutte le stelle ridessero.
Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”
E rise ancora.
“E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre),
sarai contento di avermi conosciuto.
Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me.
E aprirai a volte la finestra, cosi’, per il piacere…
E i tuoi amici saranno stupiti di vederti
ridere guardando il cielo.” Il Piccolo Principe – Antoine de Saint-Exupéry

15 Gennaio 2020

9 aprile 2020

Fernando Aramburu Patria

Su consiglio della mia bibliotecaria di fiducia (tra l’altro vi confesso che ci sto provando da un po’ con questa… ) ho letto questo libro di un autore spagnolo, benché nella sua traduzione italiana, e già questa è una cosa che non facevo da tempo.

Aramburu è nato a San Sebastián nel 1959. È un basco. Scorrendo un po’ in rete le trame dei suoi libri risulta evidente che l’ origine di questo autore ha segnato la sua produzione letteraria. Sì, perché dire País Vasco…no, no…dire Euskadi (questo il nome della Comunità in lingua Euskera, la lingua basca) per molti anni ha coinciso col dire indipendentismo, lotta armata, terrorismo. ETA.

ETA è l’acronimo di Euskadi Ta Askatasuna, ovvero País Vasco y libertad, se lo traduciamo in castigliano. Libertà è la parola su cui si costruiscono spesso l’iconografia, gli slogan, le convinzioni di un gruppo che punta a farsi un gran numero di adepti. Libertà, indipendenza, fede, patria…Tutte parole molto adatte per fare proselitismo, che condite con una sana dose di demagogia possono accendere l’uomo fino a spingerlo ad azioni che vanno ben oltre i limiti tollerabili dalla moralità. Ma l’ETA era questo: lotta armata, attentati, el impuesto revolucionario, cioè una tassa per tutti gli imprenditori o coloro che avessero qualunque tipo di attività sul territorio basco, giustificata dal fatto che, sempre molto idealmente, ogni basco aveva il dovere di finanziare e perorare la causa come poteva. E sottrarsi a questa tassa voleva dire mettere in pericolo la propria incolumità e quella della propria famiglia. Passano gli anni, si susseguono i delitti, le stragi, gli arresti. Poi, un giorno, l’ETA comunica che abbandona la lotta armata. Cosa significa? Qualcuno rimane spiazzato, le paure non si cancellano in un minuito…e poi ci si chiede se il governo centrale sia stato costretto a concessioni eccessive, fino a che livello. Di fatto, però, niente più spargimenti di sangue.

Vista da fuori la storia è questa. Ma da dentro? Vista dalle strade di un piccolo paese, dove tutti si conoscono, dove tutti crescono con le stesse voci nelle orecchie e capire dove sta il giusto e lo sbagliato a volte diventa esercizio di equilibrismo che richiede tanta preparazione. Che non è per tutti.

E qui, dove tutti sono indipendentisti, perfino il prete, dove tutti si conoscono e non puoi muoverti, che tutti lo sapranno, ma tutti saranno anche disposti a non aver visto nulla…dove dare dello “spagnolo”, o magari españolazo a una persona è un’offesa senza pari…qui, cosa si percepisce? Cosa succede qui? Tra la gente…

“Patria” è una storia di vittime, con tutta la confusione che causa questa parola, prima nei protagonisti e, quasi quasi, anche in noi che leggiamo. Ma è una storia di vittime, su questo non c’è dubbio. La parola “vittime” è ripetuta tantissime volte nel libro. Ma è anche una storia di persone. Due famiglie, nove personaggi, le cui vite sono pennellate su una tela lunga trent’anni. Il racconto non segue l’ordine cronologico, ma contrappone momenti del presente a ricordi del passato. Le vite, le personalità dei nove personaggi si delineano piano piano; in modo magistrale Aramburu ci fa entrare nella quotidianità stravolta delle loro vite e della vita di un paese che pare faticare, così piccolo, a stare al cospetto dei grandi sconvolgimenti che la lotta armata e la politica nazionale impongono. Aramburu ci disegna

l’Euskadi della gente. Gente cresciuta in Euskal Herria, che pensa in Euskera, in ogni senso, il cui sguardo è irrimediabilmente inzuppato di quegli slogan, di quei canti, di quelle bandiere…

La mia bibliotecaria di fiducia mi ha fatto leggere il libro che avevo voglia di leggere. E neanche lo sapeva. Alla fine della lettura ci si rende conto del perché del successo di questo romanzo. Una prosa veloce e scorrevole, caratterizzazioni ben costruite, che raccontano un mondo senza cadere nello stereotipo. E poi, fa tanto incazzare. Sì perché, alla fine del libro, è evidente che in molti hanno torto, ma…


Vattene amore

Non so da dove l’ho pescata, se mi sia rimasta in testa da qualche trasmissione televisiva, dalla casa di un vicino, se l’ho sentita in un bar prima che li chiudessero. Fatto sta che mi ha dato l’idea per un pezzo appartenente a quella rubrica tanto cara ai lettori di Zona 5 nella quale cercavo di spiegare il significato delle canzoni. Per di più so bene che Minghi ha rappresentato un momento importante nella formazione musicale di Gian, mentre Mietta (Daniela Miglietta all’anagrafe) è uno degli idoli di Mauro, come affermava lui stesso in un post intitolato “gian” del 24 marzo 2007 in Zona 5, dove leggiamo

“Amo una musica che va dal rock italiano triste a quello cantautorale a quello belga e quello indie. (tutto vero).”

Non possiamo che leggerla come una conferma da parte dell’interessato.

Veniamo però al pezzo e alla sua interpretazione. Riguardo il tema principale da capire c’è poco. Uno dei due dice all’altro di andarsene perché teme che l’amore lo deluda e si tramuti in qualcosa di scialbo o addirittura insostenibile. O magari che sia tutto un’illusione. Resta a mio avviso qualche dubbio sul fatto se questo timore si basi sui primi scricchiolii della coppia o se si tratti di una paura dovuta, per esempio, a una cocente delusione precedente. Ma chissenefrega.

Quello che più attira la nostra attenzione sono le immagini attraverso cui tutto questo ci viene comunicato. L’inizio è abbastanza chiaro… Si parla di perdere il sonno, che le loro vite non avranno più pace…finché ci viene detto: i treni e qualche ombrello, pure il giornale leggeremo male. I treni e gli ombrelli non erano male come immagine, ma poi mi aspettavo che andassero da qualche parte. O che ci fosse almeno un verbo che me li collocasse, o una similitudine. Detto così sembra che fossero le uniche parole che gli sono venute in mente in quel momento. Un mezzo di trasporto e un modo per ripararsi dalla pioggia. A caso. Come se fosse un saluto o un augurio. Tanti motoscafi e qualche impermeabile! Anche a te e famiglia! Più sensato il giornale: mi sentirò talmente a disagio che non riuscirò nemmeno a concentrarmi nella lettura. Credi di no.

Ci chiederemo come mai il mondo sa tutto di noi… Allora, Amedeo, per quel che ti riguarda stai sereno. Quando canti tu insieme a Mietta non si sente un cazzo. Quindi se il mondo sa tutto di voi la spia è di sicuro la tua cara Daniela da Taranto, che lo sbraita ai quattro venti. Credi di no. Ti consiglierei, anzi, qualche balletto in stile Mauro Repetto per dare un senso alla tua presenza lì di fianco.

Il ritornello è la dimostrazione che la mente umana si può abituare a tutto. Sicuramente la reazione di tutti al primo ascolto ai tempi di quel Sanremo di 30 anni fa fu piuttosto sorpresa e si sprecarono le battute, le parodie e tutto il ventaglio delle sciocchezze immaginabili. Ma poi piano piano ci si adeguò. Cioè, dopo un po’ era la canzone con quel ritornello che fa du du dadaddà, ma senza che questo fosse un grosso problema. Ragazzi, non scherziamo. Si sta parlando di un amore apparentemente tormentato, qualcosa che agita la vita di due persone, si sta prendendo una decisione…stiamo insieme, ci lasciamo…e questa arriva e mi dice magari ti chiamerò trottolino amoroso e duddù daddaddà. Ma sei scema? Ma perché? Tanto per cominciare neanche nell’intimità più gioiosa e in preda al rimbecillimento riesco a

immaginarmi un nomignolo come trottolino amoroso. Non solo perché ci vuole un quarto d’ora per dirlo, ma trottolino amoroso? E rotolino adiposo? Languorino insidioso? Pentolino oleoso? Ma Minghi l’hanno pagato per scrivere sta roba? E duddù daddaddà…cazzo è il trenino di capodanno? Aaaaah meo amigo Charlie Brown…duddù dadda ddadddàààààà. Uno può non sapere cosa metterci e inserire il lallare di un neonato nel testo? E non è che fosse rincoglionito dalla quarantena. Non ci sono giustificazioni. Avrei preferito un altro susseguirsi di parole senza senso. Che ne so? Sarai la mia età….di un giorno che va…avrebbe fatto schifo…ma duddù daddadddà…e guardate che un po’ anche voi vi siete abituati. Dite la verità! (di la verità…ci stava anche quello!)

Ma proseguiamo. Credi di no.

Il tuo nome sarà il nome di ogni città…ok, te la passo. Ma immaginatevi un gattino bagnato, e quindi incazzato che più che miagolare bestemmia in gattesco, di nome Amedeo Minghi. Che poi annaffiato sa proprio di volontario. Cioè tu il tuo piccolo Amedeo Minghi felino lo bagni con un innaffiatoio tutte le mattine e poi ti lamenti se quando canta è afono…sei bastarda, mandolina tediosa!

Ma un’immagine ancor più bella è un cartello di quelli verdi dell’autostrada con scritto “Mietta 27 km” e di fianco un cartellone pubblicitario con la scritta “Installazioni Amedeo”. Io trovo che sia il massimo del romanticismo. E allora tu “pam”! una testata.

Va beh, non voglio dilungarmi su altre immagini, neanche sul barbaro invasore e sul sorridente truffatore. Credi di no.

L’ultima immagine che voglio sottolineare in realtà è banale. Il fatto che mi suoni strana è solo colpa mia. A me “piccoli incidenti” fa pensare a quella barzelletta in cui un uomo arriva alla cassa di un supermercato con due macchinine in mano e la commessa gli chiede di pagarle, ma lui dice che le ha già pagate. E allora lei: – mi faccia vedere lo scontrino! E lui inscena un frontale tra le due macchinine. Ecco. Però io sì che sono rincoglionito dalla quarantena. Credi di no.

Se non ho capito male poi si butta dentro un “credi di no a cazzo” ogni tanto. Gli idrovolanti e qualche k-way a tutti!


Steve’n’seagulls

Io non amo affatto il country, e tutte quelle sonorità lì di solito mi stufano alla svelta, ma un po’ di tempo fa ho scoperto questo gruppo finlandese, il cui nome è già, di per sé, tutto un programma, che fa cover di pezzi rock, hard rock, metal in veste country con mandolino, fisarmonica, banjo, contrabbasso, chitarra acustica, balalaika, tastiera, percussioni e fantasia.

Spero di non turbare Gian con ciò che sto per dire, ma alcune delle loro cover (che toccano, ahimè Gian, anche alcuni dei tuoi idoli incontrastati) le trovo davvero interessanti. Fare una cover a mio avviso ha poco senso se la fai identica all’originale. Ma se la vuoi proprio stravolgere devi farlo bene. E loro secondo me sono davvero bravi. Certo…un fan dei Metallica forse faticherà a digerire la loro versione di “Sad but true”, ma secondo me il loro intento è sempre quello di omaggiare il pezzo e i suoi autori. Credo di avere anche capito perché mi piacciono: perché la musica che piace a loro è in gran parte musica che piace anche a me e perché sono ragazzi di campagna. O almeno si atteggiano a tali. I loro video sono quasi sempre ambientati in campagna, in situazioni a volte improponibili, perché no, con molti animali, quasi sempre un trattore, e tante trovate divertenti. Sì, credo che i video siano la parte più originale della cosa, nonostante tutto. Sembra che inventarsene di sempre più fuori dal comune sia il più grande divertimento di questi cinque folli, dai nome vagamente nordici: Remmel, Herman, Pukki, Puikkonen e infine Hiltunen. Lo cito per ultimo perché è spesso l’ultimo ad arrivare nei video, con mezzi di trasporto a volte molto strani come un tagliaerba, una motocicletta, di corsa, i treni e qualche ombrello…ah no… (questa era un’autocitazione…ormai sono come i Beatles) e sempre con un copricapo assurdo. Il suo preferito è una specie di castoro o lontra (non so se solo la pelliccia o l’animale completo). E suona un po’ di tutto questo omone dall’aria pazza, ma rassicurante…per tornare ai video e alle trovate voglio citare il video di “Born to be wild” nel quale le immagini ai limiti del surreale si sprecano…si inizia con la motosega che sostituisce il classico rombo del motore, poi c’è uno che si rade con un’ascia, e immediatamente dopo Hiltunen suona un organo in una radura mentre un altro sta cucinando un cervo intero (in padella)…e così via. Molto carino anche il video di “You shook me all night long” nel quale sono nella solita fattoria, ma si vede che sono impegnati in qualcosa di diverso, infatti sembra che si stiano allenando per giocare a hockey, e infatti poco dopo affrontano la selezione femminile di hockey finlandese in un susseguirsi di scene magari scontate, ma divertenti. Pantera, Guns n’ Roses, Offspring, Led Zeppelin e chi più ne ha più ne metta…credo sia stato così che mi sono imbattuto in loro, ascoltando classiconi del rock e dell’hard rock…forse “Thunderstruck” degli AC/DC è la loro più famosa cover. Molto riuscita secondo me. Non vi voglio raccontare troppo, am uno degli ultimi pezzi in cui mi sono imbattuto è “The Pretender” dei Foo Fighters, dove dopo una lunga introduzione di un grosso tedesco seduto in poltrona inizia il pezzo, loro in una biblioteca con caminetto e legna accatastata e chi canta? Beh, il loro Dave Grohl…ovvero il batterista. Piccole trovate sintomo di genio.

Ambientazioni deliziose, voci bellissime con armonizzazioni davvero ben fatte, grande tecnica e tanto divertimento. E “I was made for loving you” è molto più bella di quella dei Kiss, ma forse perché quella mi fa cagare. Insomma…non dico che uno deve diventare fan,

ma se ne ascoltate una giusto per farvi l’idea, magari passate cinque minuti piacevoli. Gian, spero non mi scomunicherai.

Le mostre sono prodotte da UMoMA in collaborazione con artisti e musei di tutto il mondo e spesso attirano l’attenzione internazionale. UMoMA ha ricevuto un riconoscimento speciale dal Premio Museo Europeo dell’Anno, ed è stato tra i principali candidati al Premio Museo Svedese dell’Anno e al Premio Museo del Consiglio Europeo.


Caccia al tesoro pasquale per voi

Nella barba di Gian ho nascosto un nido di uccellini. Il loro cinguettio vivace è arrivato a tutti gli amici di questo gruppo, ma il tweet è arrivato anche al gatto che ancora non è giunto a casa Ceresoli, ma che già ha saputo che quando arriverà avrà un bel da fare in giardino per trovare quella rana che si nasconde tra i sassi e che spera di ritrovare la principessa che la bacerà, così da poter tornare un bellissimo principe. La principessa, però, è nascosta in un puzzle di Celeste e ha perso una scarpetta di cristallo, come quel bicchiere che ho rotto ieri dopo pranzo, in un brindisi fatto a distanza, un brindisi all’amicizia, come insegnava Mauro già un po’ di anni fa, quando cercava di far quadrare il cerchio, o meglio la sfera da pallavolo; ma il filtro magico per far crescere ragazze alte e anche intelligenti era nascosto nell’aula di pozioni di Piton, in un libro di Harry Potter che stava leggendo Carla. Il libro era della biblioteca di Colognola, e qui Assi lo mise sullo scaffale tra gli altri libri della saga e riprese a cercare le chiavi dell’auto, e poi finalmente potè chiudere la biblioteca e avviarsi sulla strada per me, ed io col naso in su. Ma il mio naso dopo i brindisi è un po’ rosso, anzi è proprio una pallina rossa e mi accorgo che è il naso di un clown e allora vado a cercare il legittimo proprietario. E mentre cerco nel cerchio del circo mi rendo conto che lì, nel centro, ci sono Diego e Dani che fanno numeri di alta giocoleria, di funambolismo; cercano l’equilibrio. Non è facile trovare l’equilibrio, è una questione di baricentro.

– Scusi, qui siamo a Bari?
– Sì, certo.
– Mi sa dire dov’è il centro?
– Perché cerca il centro di Bari?
– E’ una caccia al tesoro.
– Ah, mi dispiace ma non sono di qui.
– E perché allora mi ha chiesto a cosa mi servisse? – Cercavo di essere utile.
– Anche lei sta facendo una caccia la tesoro?

Non ottengo risposta e allora scappo e vado a cercare un po’ di pace e la trovo nel nome di Irene, che sta mangiando una costina grigliata dal suo papà il giorno di Pasqua, e il fumo salito dalla griglia ha disegnato in cielo una colomba alla brace, che Sebastiano ha riportato sul guscio del suo uovo sodo benedetto. Di Benedetto in Di Benedetto, Carla la stiamo cercando sommersa tra i lavoretti delle figlie, ma siamo certi che la ritroveremo sorridente come sempre e forse starà solo cercando un ingrediente smarrito per la torta di Anna, ma già esce dal forno un buonissimo profumo e noi lo seguiamo e si trasforma in un nastro colorato che Selene tiene in mano e balla, dolce e leggera. Il nastro ci guida e segue il coniglietto pasquale Celeste, e si avvolge in due fiocchi sulle enormi uova di Pasqua che stavamo cercando e siamo felici, sono bellissime e anche buonissime, e mi ricordano, così grandi, e due, un’immagine che spesso uso per spiegare quanto mi diverto in quarantena, ma essendo questa una storia serena, meglio usare un’altra immagine e dire: che barba!

Come quella di Gian, nella quale ho nascosto un nido di uccellini. Il loro cinguettio vivace è arrivato a tutti gli amici di questo gruppo…


A Gian

Tratti vichinghi, tinti d’acquarello, sul cuor di metallo la barba scura, da un dì senza anima distilla il bello quando un prodigio di luce cattura.

Con uno sguardo fa di te un fratello, d’ogni tristezza il suo sorriso è cura, per lui di birra versiamo un ruscello e in alto i corni per vincer l’arsura.

C’è un giorno, nei ricordi, dove inizia quel tempo della vita condiviso,
da allora lui ci coccola e ci vizia;

cresciamo, ma rimane la fortuna, pensandoci ci illuminiamo in viso, che Gian brinda con noi all’amicizia.


La mosca e il moscerino della frutta

Quando la mosca, a tutta velocità, si schiantò contro il vetro della finestra, il moscerino della frutta scoppiò a ridere.
‘Devo scoprire perché l’aria in quel punto è così dura’, disse a voce bassa quando si fu ripresa dalla botta.
Il moscerino, semi sdraiato sulla peluria di una pesca matura, l’ascoltava, scuotendo la testa.
– Siediti qua, questa pesca è la fine del mondo!
La mosca invece prese la rincorsa e, di nuovo, si schiantò più forte di prima contro il vetro della finestra.
Il moscerino girò le spalle e iniziò a succhiare il succo.
La mosca decise allora di cambiare strategia. Si avvicinò piano al vetro. Appoggiò le zampine e si accorse che era freddo, oltre che duro.
– Devo trovare un punto dove è più morbido.
Iniziò a ronzare lungo tutta la superficie del vetro facendo un baccano che infastidì molto anche il moscerino.
– Ma perché ci tieni tanto ad andare là fuori?
La mosca si girò verso il moscerino e rispose:
– Perché fuori c’è la luce.
– E allora perché ieri sera sei entrata?
– Perché dentro c’era la luce.
– Beh allora aspetta che venga sera e che torni la luce qua dentro.
La mosca si fermò a ragionare.
Poi, siccome, il suo cervello non sosteneva pensieri più lunghi di tre secondi, riprese a ronzare lungo il vetro.
– Ma io ieri devo essere per forza passata di qua…!
– Te lo posso confermare.
– E come mai adesso non riesco più?
– Forse sei un pochino stanca. Vieni qua. E’ il posto più bello del mondo.
– Perché tu hai visto tutto il mondo?
– Il mondo è rotondo. Hai visto il mappamondo di là in salotto? E’ come la mia pesca. Se faccio un giro della mia pesca è un po’ come fare un giro del mondo.
La mosca, perplessa, disse:
– Ma non ha senso! Sulla tua pesca non c’è l’ombra di una cacca.
– E quindi?
– Quindi come fa ad essere un posto bello?
– E chi ha detto che il mondo è bello?
– Il mondo è bellissimo!
– Bah a me piacciono le pesche. E vorrei che il mondo fosse una pesca.
– Io invece vorrei superare l’aria dura e andare alla luce.
– Beh, buona fortuna. Ma se continuerai a fare questo baccano qualcuno dei giganti poi…
– I giganti! Ma certo! Sono loro che hanno messo questa barriera. Quando torneranno vedrai che la toglieranno.
– Ultima offerta, la vuoi un po’ della mia pesca?
– Ok.
La mosca volò sulla pesca
– Ti consiglio questo punto, è il più dolce
– Mmmh davvero squisita. E poi è morbidissima!
– Te l’avevo detto.
– Senti, ma se riesco a uscire, vieni con me?
– E lasciare la mia pesca, ma tu devi essere matta!
– Non vorrai stare qua tutta la vita?
– Ma io lo spero proprio invece.

In quel momento entrarono in casa due giganti. Uno grande e uno un po’ più piccolo, ma sempre un gigante.
Il piccolo andò verso la frutta e prese la pesca.
Il grande andò verso la finestra e l’aprì.
Il moscerino fece appena in tempo a spostarsi e nascondersi nel solco di una albicocca acerba.
La mosca scappò veloce verso la finestra e volò via.
‘Questo mondo è più piccolo e scomodo ma lo so che tra qualche giorno sarà dolce come l’altro’ ragionò il moscerino.
La mosca girò per alberi, erbe e cacche per tutto il giorno. Quando venne sera fu attratta in modo irresistibile da una bellissima luce calda.
A tutta velocità entrò dalla finestra e iniziò a ronzare in cerca di briciole di pane.
– Ehi bentornata!
– Ciao! Ci conosciamo?
– Beh, stamattina…ok non importa, forse ti ho scambiata per un’altra…
– Cosa fai?
– Aspetto che il mio mondo diventi un po’ più dolce.
– Io non aspetto mai. Io volo a cercare le cose buone.
– Punti di vista.
In quel momento i giganti spensero tutte le luci.
Siccome non c’era più niente da vedere o da discutere anche i due insetti si addormentarono.
Al mattino, il moscerino fece una veloce colazione. La sua albicocca era ancora acerba e il succo non era buonissimo.
La mosca invece sembrava impaziente di trovare cibo più buono.
Si alzò in volo e fu attratta da un bellissimo sole e dalla luce.
Prese la rincorsa, a tutta velocità e si schiantò contro il vetro.
Il moscerino della frutta scoppiò a ridere…


1 dicembre 2019

Piovono luci, da un cielo grigio. Sono più veloci di me e di te. Abbracciamoci e lasciamo che si impiglino nelle ciglia.


La coccinella di cera e il cuore giallo

C’era una volta una coccinella di cera.
Anche se adesso non c’è più, perché si è sciolta.
Certo, così sembra che questo racconto sia già finito.
Ma anche le storie di cui si sa in anticipo il finale hanno il diritto di essere raccontate, non vi pare?
Dunque, c’era una volta una coccinella di cera
Se ne stava tranquilla sopra una mensola di un soggiorno.
Ogni settimana Paolina, la donna delle pulizie, la sollevava un attimo, spolverava sotto le sue zampette e poi la riponeva delicatamente.
La mensola era quella di un vecchio camino, che non veniva mai acceso.
Accanto alla coccinella c’era un cuore di creta, dipinto di giallo.
Lo aveva fatto Erika, una delle figlie che avevano abitato in quella casa. Ma Erika era ormai grande e il cuore era rimasto lì, come ricordo di quando era piccina.
Coccinella sembrava osservare Cuore.
Anzi, non gli toglieva mai gli occhi di dosso.
Cuore invece, non avendo gli occhi, non poteva osservarla. Anche lui, ogni settimana, veniva sollevato per un attimo da Paolina e poi veniva riappoggiato, non sempre con delicatezza.
Per tutte le persone che andavano e venivano da quella casa le cose andavano insomma più o meno come ho raccontato.
Per chi abitava quella casa le cose erano invece un pò diverse.
Per chi ci aveva vissuto e se n’era andato, ancora diverse.
Per Paolina erano diversissime.
Per il cuore e la coccinella, infine, più diverse non potevano essere.
Mi spiego.
La gente che passava per quella casa si divideva in due tipi: chi notava Coccinella e Cuore e chi proprio non ci faceva caso. Chi li notava non è che fosse più sensibile o attento degli altri. Più semplicemente era probabile che fosse maledettamente annoiato e girasse per casa interessandosi a qualsiasi cosa pur di distrarsi.
Per chi abitava in casa le cose erano differenti perché, per un motivo o per un altro, avevano deciso di appoggiare quegli oggetti sulla mensola. Per qualcuno, immagino la mamma, dovevano rappresentare un ricordo prezioso. Per qualcuno, immagino il babbo, rappresentavano qualcosa di cui aveva un vago ricordo (che in realtà non ricordava direttamente ma solo attraverso il racconto di sua moglie).
Per le figlie, che oramai non abitavano più in quella casa, erano oggetti del passato, ma in qualche modo li facevano sentire a casa quando tornavano a far visita ai genitori. Anche se non sempre era per loro una sensazione piacevole. Anzi per Erika Cuore era motivo di imbarazzo quando la mamma raccontava per la centesima volta di quella volta che lei, all’asilo….
Per Paolina erano solo una seccatura. Il cuore di creta si impolverava sempre, la coccinella poi era anche peggio. D’estate appena la cera si ammorbidiva un po’, diventava appiccicosa e si deformava.
Paolina si vendicava di quegli oggetti in diversi modi. A volte girava la coccinella di schiena. A volta sdraiava il cuore al contrario. A volte stringeva la coccinella tra pollice e medio fino a farla dimagrire e allungare. Una volta aveva persino scheggiato il cuore poggiandolo con poca delicatezza sulla superficie della mensola.
Infine c’erano loro due, Coccinella e Cuore, che qualcuno aveva deciso al posto loro che avrebbero passato la vita uno di fronte all’altro.
A differenza di Cuore però nessuno sapeva come Cocinella fosse finita su quella mensola.
Ora vi aspetterete che vi racconti come quegli oggetti in realtà avessero un’anima e una storia segreta che noi umani non possiamo conoscere. E che invece io vi saprei rivelare perché sto scrivendo questa storia. In realtà no, mi dispiace, non è affatto così. Io non so se Coccinella fosse felice di stare lì o se Cuore ricambiasse le sue attenzioni. Non so neppur se le dita di Paolina gli provocassero un solletico fastidioso ogni volta che li sollevava.
Quello che so è che le settimane in cui Coccinella era girata, Cuore sembrava di un giallo più spento.
Certo, forse ero io che volevo vederlo così.
L’altra cosa che so è che la sera in cui al babbo venne in mente di accendere il camino, la stanza si era riempita di fumo. Ma il babbo insistette e riprovò fino a quando non ci riuscì. E Coccinella, dopo due ore di fuoco vivo sotto di lei, si era sciolta e, per la prima volta, aveva toccato Cuore giallo, che si era quindi appiccicato alla mensola.
Ricordo anche che quella sera mi stavo annoiando molto, come spesso succedeva quando andavamo a cena in quella casa. E così mi sono avvicinato al camino. Ho visto la scena e non ho detto niente.
Non so se Paolina il giorno dopo, contenta, abbia raschiato con una spatola quello che era restato della cera sciolta.
Non so neppure se qualcuno, a parte lei, si sia mai accorto di cosa fosse successo. Il fatto è che quando i miei genitori vanno a trovare i loro amici io non so mai cosa fare.
E così faccio amicizia con le cose.
L’altra cosa che so è che Cuore e Coccinella sciolta quella sera sono finiti nella mia tasca.
E che adesso sono in camera mia e a me sembrano felici.