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Noce

Lo chiamavano ‘faccia di noce’ oppure solo ‘Noce’
Forse perché aveva così tante rughe che quasi non si vedeva quando sorrideva.
O forse per il portachiavi.
Faccia di noce arrivava in città con il suo bastone bianco nei giorni in cui il cielo era nuvoloso e scendevano solo poche gocce di pioggia.
Nessuno sapeva dove abitasse, ma forse è più giusto dire che nessuno se lo era mai chiesto.
Nessuno, tranne forse i bambini. Quando arrivava, si sedeva sotto il portico, su uno sgabello di stoffa pieghevole che estraeva dal suo zaino.
Con molta calma, poi, toglieva dallo zaino anche un grosso mazzo di chiavi colorate. Erano tenute insieme da un anello e da un curioso portachiavi a forma di noce. Sdraiava in terra le chiavi, una a una, su una tovaglietta rossa con disegnati alcuni delfini azzurri un po’ scoloriti.
Solo quando le aveva disposte tutte, in ordine, partendo dalla gialla per arrivare alla nera, allora chiudeva gli occhi e si riposava.
Se un bambino si avvicinava e osservava le chiavi, lui apriva gli occhi. Nessuno però si azzardava a toccarle. Erano tutti convinti che il vecchio fosse lì per venderle. Ma i bambini di quella città. se mai fossero riusciti a risparmiare qualche moneta, di certo non l’avrebbero sprecata per comprare una chiave colorata. I bambini di quella città portavano sempre sulla spalla un sacchetto di iuta e la loro missione era cercare di procurarsi e assaggiare dolci sempre nuovi.

Ma in qualche bambino cresceva anche un pizzico di curiosità per quello strano vecchietto.
Era un giorno di tardo ottobre quando Noce scese in città per la terza volta in quell’autunno che era stato carico di nuvole. Il primo bimbo che osò toccare una delle chiavi fu Kevin. E scelse quella gialla.
Appena l’afferrò, il vecchio raccolse le altre chiavi, le infilò con calma nell’anello e le mise via.
Allora Kevin, pensando di aver fatto un errore, gliela restituì e per quel giorno tutto finì così.
Da quella prima volta alla seconda però passarono tre mesi perché quell’inverno non ne voleva sapere di piovere poco.
Solo verso la fine di febbraio, Noce ritornò in città.
I bambini lo notarono subito. Kevin si sentì quasi spiazzato da quanto lo aveva atteso.
Durante quel lungo inverno aveva parlato mille volte con Noce e gli aveva rivolto un sacco di domande. Nella sua testa lui certe volte rispondeva, a volte non lo faceva, poteva essere cattivo oppure un mago, a volte era come un nonno a volte ancora era un vecchio saggio.
Quindi gli parve la cosa più naturale del mondo staccarsi dagli amici, andare dal vecchio e chiedergli:
«Noce, ma perché vieni sempre in questo posto?»
Il vecchio spalancò gli occhi, stupito, forse per il fatto che il bimbo gli avesse rivolto la parola o forse per lo strano nome con cui lo aveva chiamato. Fece poi un gesto con il palmo della mano destra rivolto in alto, per indicare le chiavi.
«Si, ma a cosa servono queste chiavi?» disse Kevin con un filo di esasperazione nella voce.
Noce fece il gesto di aprire una porta.
«Sì ma quali porte?» disse quasi gridando.
Noce alzò gli occhi in alto e i bambini, che intanto si erano avvicinati, immaginarono che il vecchio stesse sorridendo, ma a causa delle rughe non ne erano proprio sicuri.
Allora Kevin disse:
«Ma perché non parli?»
Il vecchio sospirò molto profondamente e poi si grattò la testa.
Gli altri avevano già perso la voglia di assecondare quello strano nonnetto. Quel pomeriggio dovevano andare in centro a comprare la liquirizia nuova che era appena arrivata dalla Calabria.
Quindi convinsero Kevin a seguirli e lasciarono Noce.
Kevin, fatti pochi passi, però si voltò e tornò indietro. Afferrò la chiave gialla e ritornò di corsa dai suoi compagni. Non aveva idea del perché l’avesse presa, ma il vecchio lo lasciò fare.
Allora Kevin, a cui le domande rimbalzavano dentro la testa come le gocce di pioggia sulle strade, provò a chiedere agli amici se volevano accompagnarlo a cercare che cosa aprisse quella chiave.
Ma gli altri erano troppo impegnati a riempirsi la bocca, prima di desideri e poi di liquirizia.
Kevin allora mangiò con loro le nuove liquirizie, con cui avevano riempito a metà i loro sacchetti di iuta e che erano davvero deliziose, e poi tornò da Noce per restituirgli la chiave.
Ma Noce se ne era già andato.
Kevin si ritrovò con la chiave gialla in mano e ritornò a casa.
Nei mesi successivi, nelle giornate grigie, non appena qualche goccia di pioggia sfiorava i vetri della finestra di camera sua, Kevin si precipitava al portico, da solo, e per un motivo che non riusciva a spiegarsi, sempre più spesso dimenticava a casa il sacchetto di iuta.
Noce però non c’era mai.
Solo verso gli ultimi giorni di Marzo, Noce ridiscese in città.
Camminava piano, quasi con fatica e si sosteneva con un bastone giallo.
Kevin aspettò che si mettesse seduto e che stendesse sulla tovaglia le chiavi. Quindi si avvicinò. Noce aprì gli occhi. Kevin, senza parlare, gli porse la chiave gialla. Noce con un gesto lo invitò a prenderne un’altra. Kevin prese quella nera.
Noce prese il bastone giallo e con quello inforcò l’anello con il portachiavi a forma di noce. Perché ora faceva molta fatica a piegarsi. Lo fece scivolare lungo il bastone poi lo diede a Kevin. Kevin infilò la chiave nera nell’anello e strinse forte il portachiavi. Poi salutò a voce bassissima e se ne andò.
Gli anni passarono e Kevin diventò grande. Noce non si era più visto in città.

Kevin aveva già quasi quindici anni e stava passeggiando per il centro, abbracciato a una ragazza bassina e bionda. Vedeva sfrecciare davanti a loro ragazzini con i loro sacchetti di iuta sulle spalle. Si diressero verso il portico. Kevin non aveva perso l’abitudine di passare di lì, con un filo di speranza troppo sottile, ma ancora confortante.
Si fermò nel punto esatto in cui Noce metteva sempre la sua sedia e baciò la sua ragazza.
Poi, con la coda dell’occhio notò che poco distante, seduta sul gradino di una vetrina di dolci c’era una signora anziana che vendeva nastri per i capelli. La sua ragazza disse: ”Diamo un’occhiata? Sembrano carini!”
Kevin, tenendola stretta a sé si avvicinò alla signora. Guardando distrattamente i nastri Kevin sentì come un colpo al centro del petto. I nastri erano poggiati su una tovaglietta rossa dei delfini quasi stinti.
“Ma è la tovaglia di Noce!” esclamò a voce più alta di quanto avrebbe voluto
“Chi è Noce?” chiese la sua ragazza.
“Signora, mi scusi la domanda un po’ strana. Ma la tovaglia è in vendita?”
“Ma no, caro, dove appoggerei i miei nastri?”
Poi però ci pensò su un po’ e, appoggiandosi a un bastone nero si alzò. “Senti, se ti piace tanto la puoi prendere, ma non vale un granché”.
Nel tirare fuori il portafoglio a Kevin cadde il mazzo di chiavi di casa con il portachiavi a forma di noce e la chiave nera.
La vecchia si fece seria. Poi senza dire nulla spostò a uno a uno i nastri e infine piegò con cura la tovaglia a la diede a Kevin dicendo che non voleva nulla. Per il disturbo la ragazza di Kevin però comprò due nastri per i capelli.
“Perché volevi tanto quella vecchia tovaglia?”
“E’ uguale a una che da piccolo vedevo sempre”.
“Sei davvero speciale Kevin”.
“Posso farti anche io una domanda?”
“Certo…”
“Perché hai scelto un nastro giallo e uno nero?”
“Non lo so. Forse perché sono il colore dei nostri capelli”
Uscendo dal portico, mano nella mano, si accorsero che stava iniziando a piovere.

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Dialoghi in 40ena

UN DIALOGO TRA SALE E PEPE

Ehi Sal, hai mai provato a volare?
No Pep, lo sai, io al massimo nuoto.
Ma a nuotare sono capaci tutti.
Ma io sono capace di rilassarmi, tanto che mi sciolgo.
Ah che romantico sei, Sal.
No, no davvero!
Quindi non sai volare…
Beh no, perché tu sì?
Io sì.
E come fai?
Il trucco è avvicinarsi al naso dei giganti
Al naso?
Sì, poi succede tutto da sé.
Loro ti fanno entrare dentro e poi ti sparano in aria a tutta velocità.
Davvero?
Sì è una cosa pazzesca. Dovresti provare!
Certo Pep che ami proprio la vita spericolata!
Mah, non sempre, a volte si scende a volte sì…sale.
Ahahah sei una sagoma Pep, come farei senza di te?

UNA LITE TRA OLIO E ACETO

Ciao Oliver, oggi mi sento un pò triste.
Che ti succede Ace?
Ho molta nostalgia di quando ero una mela.
Dai Ace, non puoi pensare sempre al passato se no diventi acido.
Sì lo so, e pensare che ero così dolce un tempo…
Io non rimpiango i tempi che ero un oliva sai?
Davvero? E come fai?
Non so, era come se avessi dentro qualcosa di duro.
Ora mi sento molto più sciolto.
Sì fin troppo
Che cosa vuoi dire?
Che sei fin troppo molle.
Ma grazie! inizio a rimpiangere anche io di non averti conosciuto quando eri una mela.
Oh finalmente un po’ di ironia. Sei così untuoso a volte.
Senti chiudiamola qua. Se no finisce a brutte parole
Eh già e poi le tue orecchie extra vergini chissà …
Si pigliano più mosche con un cucchiaio di miele che con una botte d’aceto.
Beh allora zitto e mosca…
Antipatico…
Viscido…

UN DIALOGO TRA MIELE E ZUCCHERO DI CANNA

Ehi Mile, hai sentito che tra poco saremo fuori moda?
No! Perché? Cosa è successo?
È arrivata sua maestà…la stevia.
Ma figurati, stevia dei miei stivali!
Mai visto del miele con gli stivali
È un modo di dire, se solo avessi un po’ di sale in zucca
Non distingui una zucca da uno zucchero!
Intendevo dire che… beh lasciamo perdere.
Io non lascio perdere, se no la Stevia ci rimpiazza
Ma di cosa hai paura?
Ho sentito uno dei giganti che diceva:
«Da domani.. stevia, che ogni ansia di pancia allevia, puoi mangiarne a volontà senza timore di ingrassar»
Ma che idiozia…lo sanno tutti che il miele non ingrassa.
In effetti tu hai una forma invidiabile, Mile
Senti Zuc, ma il fatto che sei di canna ti ha forse dato qualche problema di concentrazione?

UN DIALOGO TRA KETCHUP E MAIONESE

Maya, sta arrivando il gigantino!
Wow allora oggi facciamo festa! Lui ci mescola sempre!
Ho una voglia di imbiancarmi tutto…
Ehi Ketch, ma come sei piccantino oggi!
Non sai quanto, Maya! È da lunedì che ti guardo e vorrei un pò del tuo limone
Sei diventato tutto rosso, ti piaccio tanto?
Quando sono con te, la paprika salta fuori dalla salsa e lotta con le cipolle
Ahahaha… esagerato. Secondo te ci sdraieremo su un hamburger?
Naaa, oggi ci arrotoleremo su un würstel!
Wow! Sai che sento le mie uova strapazzarsi solo al pensiero?
Maya, te lo chiedo adesso, mi vuoi sposare?
Ketch! Te l’ho già detto in tutte le salse.
Io non posso sposarmi in rosa.

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Farfalle

Lassù c’era come un enorme tappeto volante di farfalle.
Il cielo era quasi completamente coperto. La maggior parte era bianca.
I raggi del sole filtravano attraverso le ali come di solito fanno con le nuvole. Guardarle faceva male agli occhi.
Mattia, non aveva idea di come fossero arrivate tutte assieme, così all’improvviso.
Era in piazza, da solo, a giocare a pallone contro il muretto del cimitero.
L’eco dei suoi calci, nella piazza vuota del primo pomeriggio, era un momento prezioso.
Era stato tra i primi, o forse proprio il primo ad accorgersi delle farfalle ed ed era rimasto immobile a guardarle, con la bocca aperta e la gola secca.
Era uno spettacolo meraviglioso, ma anche un po’ pauroso.
In pochissimo tempo però la piazza si era riempita di gente.
Mattia fu spintonato da centinaia di gambe, alte quanto lui.
Aveva circa quattro anni e gli adulti, quando hanno la testa in aria, non si accorgono di chi sta sotto.
Le farfalle sfioravano i tetti delle case. Sembravano di fretta, come di passaggio verso altre terre.
Appena sopra la testa di Mattia si formò una fitta rete di voci.
«Stanno scappando da qualcosa!».
«Ci avvertono di una minaccia!»
«È il clima che è impazzito!»
«Sono state le piogge di Maggio!»
Un prete si era affacciato sul sagrato. Molti si erano voltati nella sua direzione.
Anche Mattia si era girato di riflesso e lo aveva visto solo per un attimo mentre si faceva il segno della croce.
Poi decine di persone si erano messe tra lui e qualsiasi cosa potesse vedere.
«Che Dio ci protegga!»
«Dio ci ha mandato tanta bellezza… dovremmo ringraziarlo invece…»
«Dio non c’entra niente!»
Mattia ascoltava tutto, anche se non capiva. Il fatto che neppure i grandi fossero d’accordo tra loro non lo faceva stare bene.
‘Le farfalle di solito volano senza fare rumore’ pensò.
Invece quel giorno sentiva chiaramente che le migliaia di ali producevano un rumore di fondo costante, che ovattava anche tutte quelle frasi difficili.
Poi un uomo estrasse un cellulare e lo puntò verso il cielo. Come un’epidemia tutti gli adulti estrassero dalle tasche i loro smartphone e li sollevarono. Mattia era là sotto. Nel sottobosco di cellulari, che stava sotto lo sciame di farfalle, che stava sotto il cielo.
Mattia cercò di mettersi in punta dei piedi,di spostare la testa, ma non riusciva più a vedere le farfalle.
Provò allora a farsi largo tra quella selva di gambe e dirigersi verso i gradini della chiesa.
Ma anche lì era ormai pieno di adulti con le braccia alzate e i telefoni in mano.
Ai lati della piazza le donne più anziane, alcune con la testa bassa e altre con una mano raggrinzita come visiera. Loro non dicevano niente.
Mattia a fatica riuscì a sgattaiolare fuori dalla folla, salì di corsa la scala esterna di casa sua e raggiunse il terrazzino, che dava sulla piazza.
Per un attimo si ritrovò da solo.
Con un lenzuolo bianchissimo sospeso sopra di lui e, sotto, un mare di braccia levate che ondeggiavano come un mare increspato.
Le voci, invece, non arrivavano fino al terrazzo
Piano piano il fiato grosso della corsa rallentò e Mattia si mise a gambe incrociate.
Sua mamma uscì sul terrazzino e lo abbracciò alle spalle.
«Hai visto che meraviglia Mattia?»
E Mattia lì, sospeso tra la terra e il cielo, si sentì felice.

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La coccinella e il cuore

C’era una volta una coccinella di cera.
Anche se adesso non c’è più, perché si è sciolta.
Certo, così sembra che questo racconto sia già finito.
Ma anche le storie di cui si sa in anticipo il finale hanno il diritto di essere raccontate, non vi pare?
Dunque, c’era una volta una coccinella di cera
Se ne stava tranquilla sopra una mensola di un soggiorno.
Ogni settimana Paolina, la donna delle pulizie, la sollevava un attimo, spolverava sotto le sue zampette e poi la riponeva delicatamente.
La mensola era quella di un vecchio camino, che non veniva mai acceso.
Accanto alla coccinella c’era un cuore di creta, dipinto di giallo.
Lo aveva fatto Erika, una delle figlie che avevano abitato in quella casa. Ma Erika era ormai grande e il cuore era rimasto lì, come ricordo di quando era piccina.
Coccinella sembrava osservare Cuore.
Anzi, non gli toglieva mai gli occhi di dosso.
Cuore invece, non avendo gli occhi, non poteva osservarla. Anche lui, ogni settimana, veniva sollevato per un attimo da Paolina e poi veniva riappoggiato, non sempre con delicatezza.
Per tutte le persone che andavano e venivano da quella casa le cose andavano insomma più o meno come ho raccontato.
Per chi abitava quella casa le cose erano invece un pò diverse.
Per chi ci aveva vissuto e se n’era andato, ancora diverse.
Per Paolina erano diversissime.
Per il cuore e la coccinella, infine, più diverse non potevano essere.
Mi spiego.
La gente che passava per quella casa si divideva in due tipi: chi notava Coccinella e Cuore e chi proprio non ci faceva caso. Chi li notava non è che fosse più sensibile o attento degli altri. Più semplicemente era probabile che fosse maledettamente annoiato e girasse per casa interessandosi a qualsiasi cosa pur di distrarsi.
Per chi abitava in casa le cose erano differenti perché, per un motivo o per un altro, avevano deciso di appoggiare quegli oggetti sulla mensola. Per qualcuno, immagino la mamma, dovevano rappresentare un ricordo prezioso. Per qualcuno, immagino il babbo, rappresentavano qualcosa di cui aveva un vago ricordo (che in realtà non ricordava direttamente ma solo attraverso il racconto di sua moglie).
Per le figlie, che oramai non abitavano più in quella casa, erano oggetti del passato, ma in qualche modo li facevano sentire a casa quando tornavano a far visita ai genitori. Anche se non sempre era per loro una sensazione piacevole. Anzi per Erika Cuore era motivo di imbarazzo quando la mamma raccontava per la centesima volta di quella volta che lei, all’asilo….
Per Paolina erano solo una seccatura. Il cuore di creta si impolverava sempre, la coccinella poi era anche peggio. D’estate appena la cera si ammorbidiva un po’, diventava appiccicosa e si deformava.
Paolina si vendicava di quegli oggetti in diversi modi. A volte girava la coccinella di schiena. A volta sdraiava il cuore al contrario. A volte stringeva la coccinella tra pollice e medio fino a farla dimagrire e allungare. Una volta aveva persino scheggiato il cuore poggiandolo con poca delicatezza sulla superficie della mensola.
Infine c’erano loro due, Coccinella e Cuore, che qualcuno aveva deciso al posto loro che avrebbero passato la vita uno di fronte all’altro.
A differenza di Cuore però nessuno sapeva come Cocinella fosse finita su quella mensola.
Ora vi aspetterete che vi racconti come quegli oggetti in realtà avessero un’anima e una storia segreta che noi umani non possiamo conoscere. E che invece io vi saprei rivelare perché sto scrivendo questa storia. In realtà no, mi dispiace, non è affatto così. Io non so se Coccinella fosse felice di stare lì o se Cuore ricambiasse le sue attenzioni. Non so neppur se le dita di Paolina gli provocassero un solletico fastidioso ogni volta che li sollevava.
Quello che so è che le settimane in cui Coccinella era girata, Cuore sembrava di un giallo più spento.
Certo, forse ero io che volevo vederlo così.
L’altra cosa che so è che la sera in cui al babbo venne in mente di accendere il camino, la stanza si era riempita di fumo. Ma il babbo insistette e riprovò fino a quando non ci riuscì. E Coccinella, dopo due ore di fuoco vivo sotto di lei, si era sciolta e, per la prima volta, aveva toccato Cuore giallo, che si era quindi appiccicato alla mensola.
Ricordo anche che quella sera mi stavo annoiando molto, come spesso succedeva quando andavamo a cena in quella casa. E così mi sono avvicinato al camino. Ho visto la scena e non ho detto niente.
Non so se Paolina il giorno dopo, contenta, abbia raschiato con una spatola quello che era restato della cera sciolta.
Non so neppure se qualcuno, a parte lei, si sia mai accorto di cosa fosse successo. Il fatto è che quando i miei genitori vanno a trovare i loro amici io non so mai cosa fare.
E così faccio amicizia con le cose.
L’altra cosa che so è che Cuore e Coccinella sciolta quella sera sono finiti nella mia tasca.
E che adesso sono in camera mia e a me sembrano felici.

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La mosca e il moscerino della frutta

Quando la mosca, a tutta velocità, si schiantò contro il vetro della finestra, il moscerino della frutta scoppiò a ridere.
‘Devo scoprire perché l’aria in quel punto è così dura’, disse a voce bassa quando si fu ripresa dalla botta.
Il moscerino, semi sdraiato sulla peluria di una pesca matura, l’ascoltava, scuotendo la testa.
– Siediti qua, questa pesca è la fine del mondo!
La mosca invece prese la rincorsa e, di nuovo, si schiantò più forte di prima contro il vetro della finestra.
Il moscerino girò le spalle e iniziò a succhiare il succo.
La mosca decise allora di cambiare strategia. Si avvicinò piano al vetro. Appoggiò le zampine e si accorse che era freddo, oltre che duro.
– Devo trovare un punto dove è più morbido.
Iniziò a ronzare lungo tutta la superficie del vetro facendo un baccano che infastidì molto anche il moscerino.
– Ma perché ci tieni tanto ad andare là fuori?
La mosca si girò verso il moscerino e rispose:
– Perché fuori c’è la luce.
– E allora perché ieri sera sei entrata?
– Perché dentro c’era la luce.
– Beh allora aspetta che venga sera e che torni la luce qua dentro.
La mosca si fermò a ragionare.
Poi, siccome, il suo cervello non sosteneva pensieri più lunghi di tre secondi, riprese a ronzare lungo il vetro.
– Ma io ieri devo essere per forza passata di qua…!
– Te lo posso confermare.
– E come mai adesso non riesco più?
– Forse sei un pochino stanca. Vieni qua. E’ il posto più bello del mondo.
– Perché tu hai visto tutto il mondo?
– Il mondo è rotondo. Hai visto il mappamondo di là in salotto? E’ come la mia pesca. Se faccio un giro della mia pesca è un po’ come fare un giro del mondo.
La mosca, perplessa, disse:
– Ma non ha senso! Sulla tua pesca non c’è l’ombra di una cacca.
– E quindi?
– Quindi come fa ad essere un posto bello?
– E chi ha detto che il mondo è bello?
– Il mondo è bellissimo!
– Bah a me piacciono le pesche. E vorrei che il mondo fosse una pesca.
– Io invece vorrei superare l’aria dura e andare alla luce.
– Beh, buona fortuna. Ma se continuerai a fare questo baccano qualcuno dei giganti poi…
– I giganti! Ma certo! Sono loro che hanno messo questa barriera. Quando torneranno vedrai che la toglieranno.
– Ultima offerta, la vuoi un po’ della mia pesca?
– Ok.
La mosca volò sulla pesca
– Ti consiglio questo punto, è il più dolce
– Mmmh davvero squisita. E poi è morbidissima!
– Te l’avevo detto.
– Senti, ma se riesco a uscire, vieni con me?
– E lasciare la mia pesca, ma tu devi essere matta!
– Non vorrai stare qua tutta la vita?
– Ma io lo spero proprio invece.

In quel momento entrarono in casa due giganti. Uno grande e uno un po’ più piccolo, ma sempre un gigante.
Il piccolo andò verso la frutta e prese la pesca.
Il grande andò verso la finestra e l’aprì.
Il moscerino fece appena in tempo a spostarsi e nascondersi nel solco di una albicocca acerba.
La mosca scappò veloce verso la finestra e volò via.
‘Questo mondo è più piccolo e scomodo ma lo so che tra qualche giorno sarà dolce come l’altro’ ragionò il moscerino.
La mosca girò per alberi, erbe e cacche per tutto il giorno. Quando venne sera fu attratta in modo irresistibile da una bellissima luce calda.
A tutta velocità entrò dalla finestra e iniziò a ronzare in cerca di briciole di pane.
– Ehi bentornata!
– Ciao! Ci conosciamo?
– Beh, stamattina…ok non importa, forse ti ho scambiata per un’altra…
– Cosa fai?
– Aspetto che il mio mondo diventi un po’ più dolce.
– Io non aspetto mai. Io volo a cercare le cose buone.
– Punti di vista.
In quel momento i giganti spensero tutte le luci.
Siccome non c’era più niente da vedere o da discutere anche i due insetti si addormentarono.
Al mattino, il moscerino fece una veloce colazione. La sua albicocca era ancora acerba e il succo non era buonissimo.
La mosca invece sembrava impaziente di trovare cibo più buono.
Si alzò in volo e fu attratta da un bellissimo sole e dalla luce.
Prese la rincorsa, a tutta velocità e si schiantò contro il vetro.
Il moscerino della frutta scoppiò a ridere…

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Gli gnomi di Londra

In una casa c’erano dieci gnomi,
ma nove erano spariti.
«Dove sono finiti tutti?»
chiese a voce alta quello che era rimasto.
Voleva uscire a cercarli,
ma era troppo stanco
E così si mise a dormire.
I nove gnomi erano andati a Londra
ma otto si erano persi
L’unico che non si era perso,
si trovava nel punto esatto dove doveva essere,
ma si sentì molto solo e quindi tornò a casa.
Degli altri otto gnomi
sette si ritrovarono in pizzeria.
Uno invece, che amava i kebab,
si staccò dal gruppo e,
dopo mangiato, soddisfatto, tornò a casa.
Finita la pizza, i sette uscirono in strada,
per cercare un locale dove ballare.
Uno era rimasto in bagno.
dopo aver fatto la pipì,
in un water verde oliva,
uscì e, non vedendo nessuno e non essendo molto esperto di Londra,
decise di tornare a casa.
I sette scelsero un locale a Chelsea:
era un music club che trasmetteva musica House.
Sei andarono a ballare
uno invece sentì una nostalgia così forte del suo letto che non entrò neppure nel locale
e, senza avvisare nessuno,
tornò a casa.
Nel locale, uno di loro si innamorò di una cubista
bionda e dalla pelle cioccolato.
Quando, alle tre del mattino, cinque uscirono dal locale
lui restò dentro con la cubista.
Ma lei, una volta scesa dal cubo,
disse che troppo giovane.
Lo gnomo, deluso e un filo imbarazzato, tornò a casa.
I cinque andarono in un pub non distante, a bere una birra.
In questo locale, che si chiamava Miami, c’erano poster giganti con il mare,
il sole e grandi spiagge.
Mentre quattro si ammazzavano di caffè americano,
uno continuava a fissava i poster.
Doveva andare in Florida!
Li salutò con la mano e uscì dal locale.
I quattro si guardarono tra loro e si accorsero di essere rimasti in tre.
Un altro infatti si era convinto di quanto la Florida dovesse essere mitica,
E così era scappato fuori, cercando di raggiungere il compagno.
I due che volevano partire, una volta fuori dal bar si accorsero di non avere i soldi neppure per un taxi e quindi
tornarono a casa chiacchierando di quanto doveva essere bella la Florida.
Uno dei tre nel locale andò alla cassa a pagare, e si accorse che non aveva abbastanza soldi per pagare anche il conto degli altri due.
Allora tornò al tavolo, ma gli altri due intanto erano usciti.
Così restò a lavare le tazze fino a mattina e poi, distrutto, tornò a casa.
I due camminarono, non vedendo arrivare il terzo, alzarono le spalle e iniziarono a passeggiare per Londra per tutta la notte.
Poi presero un pullman.
O meglio, uno prese il pullman, l’altro ci provò ma siccome correva piano, lo perse.
Così, rimasto solo, girò un po’ intorno a Kew Garden che era chiuso e poi se ne tornò a casa.
Il pullman su cui era rimasto l’ultimo gnomo, fece il giro di Londra e poi tornò in deposito.
Al mattino presto quando il pullman uscì dal deposito, l’ultimo gnomo scese e tornò a casa.
A colazione si ritrovarono tutti e nove gli gnomi e si raccontavano storie incredibili di cubiste, posti esotici, musica house, parchi, labirinti di strade,
Poi si contarono e uno disse «ma non dovremmo essere in dieci?»
Cercarono per tutta la casa, ma l’ultimo gnomo,
che poi era il primo, era sparito
«Dove sarà finito?»
Volevano andare a cercarlo, ma erano troppo stanchi.
Quello gnomo non tornò mai a casa.
Era molto famoso. Viveva a Londra, gestiva una discoteca, si era sposato con una cubista e aveva una casa in Florida.
Leggevano di lui sul giornale.
Lui avrebbe anche voluto rivederli.
Ma tornare a casa non era mai stato nei suoi piani.