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18 Agosto 1936

A Federico García Lorca

Sul sangue la penso come te.

Non lo voglio vedere.

Mi piace leggerlo, come il fuoco.

Ma il colpo;

quel colpo che cadde a spezzare

la linea dei versi,

che come filo reciso d’aquilone

si attorcigliò su se stessa e fuggì.

Quel colpo l’avrei voluto sentire,

per capire se la sua voce

davvero valesse tanto.

Estinse la musica gitana,

il passo breve dei fiori.

Gelò il cuore d’ogni alba,

rendendola sudicia lampadina

e ruppe le corde d’ogni chitarra.

Pochi erano rimasti per poterti cantare;

nessuno guadò un fiume nel tuo nome.

I cani, forse,

non abbaiarono più.

Mi scrivesti e non lo sapevi.

Ogni volta che tento di pisciare

su di una parola putrefatta

è anche per te.

Guardo in cielo

e non cerco l’aquilone.

( 08. Luna quando ai vitelli cresce il pelo. 2004 )

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Temporale (senza numerini)

Su scure persiane, socchiuse e stanche

soffia il vento i suoi soffici sussurri;

sempre dolce per me in penombra il suono

come sfiorar di piuma

dello sbracciarsi delle più alte foglie.

La pelle sente e sa già ciò che vuole

e l’attesa quasi rallenta il cuore

s’affretta un cane chiamato da un fischio,

cade il suono, come moneta in tasca.

Ricordo dolci estati.

I toc distanti delle prime gocce

bussavan sul selciato

e io stavo seduto

di fianco ad uno straccio di candela

e quella voce portava lontano

sulle onde di pagine aperte in grembo.

Non ansia fredda, ma un tiepido nodo;

non brama di fuga, ma un vecchio abbraccio;

non sete in gola, ma un dolce torrente

di miele per i sensi.

E poi vera la pioggia si faceva,

diventava più forte,

violentissimi scrosci

aperti ad acclamare in un applauso.

Sollevo le palpebre.

Pioggia che canta e mi fa compagnia,

pioggia che piange amore per la terra,

pioggia che forse non sa ancora niente.

Un abbaglio, il tuono, fragori e lampi.

E leggo e sorrido e alzo gli occhi e guardo

e battere di tegole.

Del verde osservo l’esausto placarsi…

La mente torna all’istante fuggito

le dita appoggiate a quel vetro freddo

volevan fermare le gocce perdute

e lì davvero pareva paura

che se ne stesse andando…non sapevo…

Tornava ormai la vita dentro l’aria

la vita che ascoltavo meglio prima.

Scorgevo aprirsi il cielo e nostalgia

e la triste allegria

bagnata d’effimero

d’andar di nuovo verso giochi e sole

oggi rimane in me come sentenza.

Sfogato il suo pianto il cielo si placa;

la voce rabbiosa adesso si placa

resta l’ultimo grido

che fugge nel bosco e si placa.

Crepita la ghiaia passi bagnati,

la luce sbuca più bianca del latte.

Pozzanghere, fiori, i primi due raggi.

Tra i rami un cinguettare.

Non solo la Madre sveglia le membra;

sbadiglia e sbuffa lontano un trattore,

del mio gioco di sogni traditore.

Il temporale è un racconto di sangue,

il temporale è un racconto di fuoco

ed il suo spegnersi lascia quel vuoto

a cui non darei il nome di sollievo.

Perché chiamare amore solo il sole

se vivo quell’amare la tempesta

come l’amante guarda con passione

negli occhi dell’amata arder la brace?

Che sia rosso vento di desiderio

vulcano vivo traboccante d’ira

o della gelosia speziata luce,

ciò che l’anima scuote è il nostro pane.

Come il fuoco, come l’onde e la neve

come i brividi e un mistero di nebbia,

l’ardito e il folle e il magico e l’ignoto

son fremito che sale nella gola

così anche gli occhi tuoi e il temporale

sconvolgono di fiamme questo petto.

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Temporale

01        Su scure persiane, socchiuse e stanche

02        soffia il vento i suoi soffici sussurri;

03        sempre dolce per me in penombra il suono

04        come sfiorar di piuma

05        dello sbracciarsi delle più alte foglie.

06        La pelle sente e sa già ciò che vuole

07        e l’attesa quasi rallenta il cuore

08        s’affretta un cane chiamato da un fischio,

09        cade il suono, come moneta in tasca.

10        Ricordo dolci estati.

11        I toc distanti delle prime gocce

12        bussavan sul selciato

13        e io stavo seduto

14        di fianco ad uno straccio di candela

15        e quella voce portava lontano

16        sulle onde di pagine aperte in grembo.

17        Non ansia fredda, ma un tiepido nodo;

18        non brama di fuga, ma un vecchio abbraccio;

19        non sete in gola, ma un dolce torrente

20        di miele per i sensi.

21        E poi vera la pioggia si faceva,

22        diventava più forte,

23        violentissimi scrosci

24        aperti ad acclamare in un applauso.

25        Sollevo le palpebre.

26        Pioggia che canta e mi fa compagnia,

27        pioggia che piange amore per la terra,

28        pioggia che forse non sa ancora niente.

29        Un abbaglio, il tuono, fragori e lampi.

30        E leggo e sorrido e alzo gli occhi e guardo

31        e battere di tegole.

32        Del verde osservo l’esausto placarsi…

33        La mente torna all’istante fuggito

34        le dita appoggiate a quel vetro freddo

35        volevan fermare le gocce perdute

36        e lì davvero pareva paura

37        che se ne stesse andando…non sapevo…

38        Tornava ormai la vita dentro l’aria

39        la vita che ascoltavo meglio prima.

40        Scorgevo aprirsi il cielo e nostalgia

41        e la triste allegria

42        bagnata d’effimero

43        d’andar di nuovo verso giochi e sole

44        oggi rimane in me come sentenza.

45        Sfogato il suo pianto il cielo si placa;

46        la voce rabbiosa adesso si placa

47        resta l’ultimo grido

48        che fugge nel bosco e si placa.

49        Crepita la ghiaia passi bagnati,

50        la luce sbuca più bianca del latte.

51        Pozzanghere, fiori, i primi due raggi.

52        Tra i rami un cinguettare.

53        Non solo la Madre sveglia le membra;

54        sbadiglia e sbuffa lontano un trattore,

55        del mio gioco di sogni traditore.

56        Il temporale è un racconto di sangue,

57        il temporale è un racconto di fuoco

58        ed il suo spegnersi lascia quel vuoto

59        a cui non darei il nome di sollievo.

60        Perché chiamare amore solo il sole

61        se vivo quell’amare la tempesta

62        come l’amante guarda con passione

63        negli occhi dell’amata arder la brace?

64        Che sia rosso vento di desiderio

65        vulcano vivo traboccante d’ira

66        o della gelosia speziata luce,

67        ciò che l’anima scuote è il nostro pane.

68        Come il fuoco, come l’onde e la neve

69        come i brividi e un mistero di nebbia,

70        l’ardito e il folle e il magico e l’ignoto

71        son fremito che sale nella gola

72        così anche gli occhi tuoi e il temporale

73        sconvolgono di fiamme questo petto.

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Lorca 1
Lorca 2
Romancero gitano
Romance de la luna luna
Romance sonámbulo

Mi scuso…nell’audio ho parlato di “setaccio”, che è la traduzione di pandero, ma in questo caso sicuramente si riferisce al tamburello tipico della musica flamenca…

Romance de la luna luna

La luna vino a la fragua
con su polisón de nardos.
El niño la mira mira.
El niño la está mirando.

En el aire conmovido
mueve la luna sus brazos
y enseña, lúbrica y pura,
sus senos de duro estaño.

Huye luna, luna, luna.
Si vinieran los gitanos,
harían con tu corazón
collares y anillos blancos.

Niño déjame que baile.
Cuando vengan los gitanos,
te encontrarán sobre el yunque
con los ojillos cerrados.


Huye luna, luna, luna,
que ya siento sus caballos.
Niño déjame, no pises,
mi blancor almidonado.

El jinete se acercaba
tocando el tambor del llano.
Dentro de la fragua el niño,
tiene los ojos cerrados.

Por el olivar venían,
bronce y sueño, los gitanos.
Las cabezas levantadas
y los ojos entornados.

¡Cómo canta la zumaya,
ay como canta en el árbol!
Por el cielo va la luna
con el niño de la mano.

Dentro de la fragua lloran,
dando gritos, los gitanos.
El aire la vela, vela.
el aire la está velando.

Romance de la luna luna – Federico García Lorca

La luna venne alla fucina
col suo sellino di nardi.
Il bambino la guarda, guarda.
Il bambino la sta guardando.

Nell’aria commossa
la luna muove le sue braccia
e mostra, lubrica e pura,
i suoi seni di stagno duro.

Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e bianchi anelli.

Bambino, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno sull’incudine
con gli occhietti chiusi.

Fuggi, luna, luna, luna
che già sento i loro cavalli.
Bambino lasciami, non calpestare
il mio biancore inamidato.

Il cavaliere si avvicina
suonando il tamburo del piano.
Nella fucina il bambino
ha gli occhi chiusi.

Per l’uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
le teste alzate
e gli occhi socchiusi.

Come canta l’allocco,
ah, come canta sull’albero!
Nel cielo va luna
con un bimbo per mano.

Nella fucina piangono,
gridano, i gitani.
Il vento la veglia, veglia.
Il vento la sta vegliando.

Romance Sonámbulo

Verde que te quiero verde.
Verde viento. Verdes ramas.
El barco sobre la mar
y el caballo en la montaña.
Con la sombra en la cintura
ella sueña en su baranda,
verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Verde que te quiero verde.
Bajo la luna gitana,
las cosas la están mirando
y ella no puede mirarlas.

Verde que te quiero verde.
Grandes estrellas de escarcha,
vienen con el pez de sombra
que abre el camino del alba.
La higuera frota su viento
con la lija de sus ramas,
y el monte, gato garduño,
eriza sus pitas agrias.
¿Pero quién vendrá? ¿Y por dónde?
Ella sigue en su baranda,
verde carne, pelo verde,
soñando en la mar amarga.

–Compadre, quiero cambiar
mi caballo por su casa,
mi montura por su espejo,
mi cuchillo por su manta.
Compadre, vengo sangrando,
desde los puertos de Cabra.
–Si yo pudiera, mocito,
este trato se cerraba.
Pero yo ya no soy yo,
ni mi casa es ya mi casa.
–Compadre, quiero morir,
decentemente en mi cama.
De acero, si puede ser,
con las sábanas de holanda.
¿No ves la herida que tengo
desde el pecho a la garganta?
–Trescientas rosas morenas
lleva tu pechera blanca.
Tu sangre rezuma y huele
alrededor de tu faja.
Pero yo ya no soy yo,
ni mi casa es ya mi casa.
–Dejadme subir al menos
hasta las altas barandas,
¡dejadme subir!, dejadme
hasta las verdes barandas.
Barandales de la luna
por donde retumba el agua.
Ya suben los dos compadres
hacia las altas barandas.
Dejando un rastro de sangre.
Dejando un rastro de lágrimas.
Temblaban en los tejados
farolillos de hojalata.
Mil panderos de cristal
herían la madrugada.

Verde que te quiero verde,
verde viento, verdes ramas.
Los dos compadres subieron.
El largo viento dejaba
en la boca un raro gusto
de hiel, de menta y de albahaca.
–¡Compadre! ¿Dónde está, dime?
¿Dónde está tu niña amarga?
¡Cuántas veces te esperó!
¡Cuántas veces te esperara,
cara fresca, negro pelo,
en esta verde baranda!

Sobre el rostro del aljibe
se mecía la gitana.
Verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Un carámbano de luna
la sostiene sobre el agua.
La noche se puso íntima
como una pequeña plaza.
Guardias civiles borrachos
en la puerta golpeaban. Verde que te quiero verde,
verde viento, verdes ramas.
El barco sobre la mar.
Y el caballo en la montaña.

Romance sonámbulo

Verde che ti voglio verde.
Verde vento. Verdi rami.
La nave sul mare
e il cavallo sulla montagna.
Con l’ombra alla vita
ella sogna alla sua balaustra,
verde carne, chioma verde,
con occhi d’argento gelato.
Verde que te quiero verde.
Sotto la luna gitana,
le cose la stanno guardando
ed ella non può guardarle.

Verde che ti voglio verde.
Grandi stelle di brina
vengono col pesce d’ombra
che apre la strada dell’alba.
Il fico sfrega il suo vento
con lo smeriglio dei suoi rami,
e il monte, gatto sornione,
arriccia le sue agavi acri.
Ma, chi verrà? e da dove?…
Ella sempre alla sua balaustra,
verde carne, chioma verde,
sognando l’amaro mare.

– Compare, vorrei scambiare
il mio cavallo con la tua casa,
la mia sella col tuo specchio,
il mio coltello con la tua coperta.
Compare, arrivo insanguinato
dai valichi di Cabra.
– Se potessi, caro amico,
il cambio sarebbe già fatto.
Ma io non sono più io,
né la mia casa è più la mia casa.
– Compare, voglio morire
decorosamente nel mio letto.
Molle d’acciaio, se è possibile,
con le lenzuola d’Olanda.
Non vedi questa ferita
dal petto alla gola?
– Trecento rose brune
sulla tua camicia bianca.
Il tuo sangue gocciola e odora
alla fascia della tua cintura.
Ma io non sono più io,
né la mia casa è più la mia casa.
– Lascia almeno che salga
fino alle alte balaustre;
lascia che salga, lascia,
alle verdi balaustre.
Colonnine della luna
per dove rimbomba l’acqua.

Salgono i due compari
alle alte balaustre.
Lasciando una traccia di sangue.
Lasciando una traccia di lacrime.
Tremavano sui tetti
lanternine di latta.
Mille tamburelli di vetro
ferivano le luci dell’alba.

Verde que te quiero verde,
verde vento, verdi rami.
I due compari salirono.
Il lungo vento lasciava
in bocca uno strano sapore
di fiele, di menta e basilico.
– Dove sta, dimmi, compare!
Dove, la tua ragazza amara?
– Quante volte t’ha aspettato!
Quante volte t’aspettò,
viso fresco, nera chioma,
a questo verde balcone!

Sulla faccia della cisterna
la gitana si dondolava.
Verde carne, chioma verde
con occhi d’argento gelato.
Un ghiacciolo di luna
la sorregge sull’acqua.
La notte si fece intima
come una piccola piazza.
Guardie civili ubriache
alla porta bussarono.
Verde que te quiero verde.
Verde vento. Verdi rami.
La nave sul mare.
E il cavallo sulla montagna.

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A Gian

Tratti vichinghi, tinti d’acquarello,

sul cuor di metallo la barba scura,

da un dì senza anima distilla il bello

quando un prodigio di luce cattura.

Con uno sguardo fa di te un fratello,

d’ogni tristezza il suo sorriso è cura,

per lui di birra versiamo un ruscello

e in alto i corni per vincer l’arsura.

C’è un giorno, nei ricordi, dove inizia

quel tempo della vita condiviso,


da allora lui ci coccola e ci vizia;

cresciamo, ma rimane la fortuna,

pensandoci ci illuminiamo in viso,

che Gian brinda con noi all’amicizia.

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Fine dell’inverno 2020

Nel cortile risuonano
i salti del pallone,
che poi fugge al di là della ringhiera. Guance rosse e labbra in fuori
per chiedere al vecchio signore. Sorride.
Ripensa a bambini in bianco e nero, in prati nascosti dalla guerra.

Una corsa a chi arriva primo, una risata bella e piccola
e una vittoria in regalo;
e poi un ginocchio sbucciato e due lacrime dolci.

E girare di ruote gonfiate di fresco che si erano addormentate
al riparo dall’inverno.
Spingi sui pedali,

non sai se sudare o aver freddo.

Pochi aerei
hanno disegnato una scacchiera
con il rosa e l’azzurro del cielo,
che pare aver voglia di una canzone diversa. E ti viene da fischiettarla con lui,

lì fuori, su questo inverno
che sembra sapere, anche quest’anno, che è il momento di salutare.

Poi una sirena.

E in un secondo siamo tornati qui. Ingabbiati nel nostro torace, carico di nera angoscia oleosa sulle nostre ali bianche di pianto. Siamo tornati

consapevoli di questo tempo
surreale e freddo come un incubo sudato, vero come una sentenza,
lungo come un rosario.

Nostro, come lo può essere una disgrazia. (16. Luna degli accecati dalla neve. 2020)