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poesia

Temporale (senza numerini)

Su scure persiane, socchiuse e stanche

soffia il vento i suoi soffici sussurri;

sempre dolce per me in penombra il suono

come sfiorar di piuma

dello sbracciarsi delle più alte foglie.

La pelle sente e sa già ciò che vuole

e l’attesa quasi rallenta il cuore

s’affretta un cane chiamato da un fischio,

cade il suono, come moneta in tasca.

Ricordo dolci estati.

I toc distanti delle prime gocce

bussavan sul selciato

e io stavo seduto

di fianco ad uno straccio di candela

e quella voce portava lontano

sulle onde di pagine aperte in grembo.

Non ansia fredda, ma un tiepido nodo;

non brama di fuga, ma un vecchio abbraccio;

non sete in gola, ma un dolce torrente

di miele per i sensi.

E poi vera la pioggia si faceva,

diventava più forte,

violentissimi scrosci

aperti ad acclamare in un applauso.

Sollevo le palpebre.

Pioggia che canta e mi fa compagnia,

pioggia che piange amore per la terra,

pioggia che forse non sa ancora niente.

Un abbaglio, il tuono, fragori e lampi.

E leggo e sorrido e alzo gli occhi e guardo

e battere di tegole.

Del verde osservo l’esausto placarsi…

La mente torna all’istante fuggito

le dita appoggiate a quel vetro freddo

volevan fermare le gocce perdute

e lì davvero pareva paura

che se ne stesse andando…non sapevo…

Tornava ormai la vita dentro l’aria

la vita che ascoltavo meglio prima.

Scorgevo aprirsi il cielo e nostalgia

e la triste allegria

bagnata d’effimero

d’andar di nuovo verso giochi e sole

oggi rimane in me come sentenza.

Sfogato il suo pianto il cielo si placa;

la voce rabbiosa adesso si placa

resta l’ultimo grido

che fugge nel bosco e si placa.

Crepita la ghiaia passi bagnati,

la luce sbuca più bianca del latte.

Pozzanghere, fiori, i primi due raggi.

Tra i rami un cinguettare.

Non solo la Madre sveglia le membra;

sbadiglia e sbuffa lontano un trattore,

del mio gioco di sogni traditore.

Il temporale è un racconto di sangue,

il temporale è un racconto di fuoco

ed il suo spegnersi lascia quel vuoto

a cui non darei il nome di sollievo.

Perché chiamare amore solo il sole

se vivo quell’amare la tempesta

come l’amante guarda con passione

negli occhi dell’amata arder la brace?

Che sia rosso vento di desiderio

vulcano vivo traboccante d’ira

o della gelosia speziata luce,

ciò che l’anima scuote è il nostro pane.

Come il fuoco, come l’onde e la neve

come i brividi e un mistero di nebbia,

l’ardito e il folle e il magico e l’ignoto

son fremito che sale nella gola

così anche gli occhi tuoi e il temporale

sconvolgono di fiamme questo petto.