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Alziamo lo sguardo

Stiamo pian piano perdendo la nostra posizione eretta, sempre con lo sguardo abbassato , la testa china sul nuovo mondo in mano. Da quando giro con la macchina fotografica al collo (nonostante il peso…) ho cominciato ad alzare lo sguardo, ad alzare gli occhi al cielo, e vi giuro che si scoprono delle visuali inusuali…e bellissime.

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raccontini brevi

Noce

Lo chiamavano ‘faccia di noce’ oppure solo ‘Noce’
Forse perché aveva così tante rughe che quasi non si vedeva quando sorrideva.
O forse per il portachiavi.
Faccia di noce arrivava in città con il suo bastone bianco nei giorni in cui il cielo era nuvoloso e scendevano solo poche gocce di pioggia.
Nessuno sapeva dove abitasse, ma forse è più giusto dire che nessuno se lo era mai chiesto.
Nessuno, tranne forse i bambini. Quando arrivava, si sedeva sotto il portico, su uno sgabello di stoffa pieghevole che estraeva dal suo zaino.
Con molta calma, poi, toglieva dallo zaino anche un grosso mazzo di chiavi colorate. Erano tenute insieme da un anello e da un curioso portachiavi a forma di noce. Sdraiava in terra le chiavi, una a una, su una tovaglietta rossa con disegnati alcuni delfini azzurri un po’ scoloriti.
Solo quando le aveva disposte tutte, in ordine, partendo dalla gialla per arrivare alla nera, allora chiudeva gli occhi e si riposava.
Se un bambino si avvicinava e osservava le chiavi, lui apriva gli occhi. Nessuno però si azzardava a toccarle. Erano tutti convinti che il vecchio fosse lì per venderle. Ma i bambini di quella città. se mai fossero riusciti a risparmiare qualche moneta, di certo non l’avrebbero sprecata per comprare una chiave colorata. I bambini di quella città portavano sempre sulla spalla un sacchetto di iuta e la loro missione era cercare di procurarsi e assaggiare dolci sempre nuovi.

Ma in qualche bambino cresceva anche un pizzico di curiosità per quello strano vecchietto.
Era un giorno di tardo ottobre quando Noce scese in città per la terza volta in quell’autunno che era stato carico di nuvole. Il primo bimbo che osò toccare una delle chiavi fu Kevin. E scelse quella gialla.
Appena l’afferrò, il vecchio raccolse le altre chiavi, le infilò con calma nell’anello e le mise via.
Allora Kevin, pensando di aver fatto un errore, gliela restituì e per quel giorno tutto finì così.
Da quella prima volta alla seconda però passarono tre mesi perché quell’inverno non ne voleva sapere di piovere poco.
Solo verso la fine di febbraio, Noce ritornò in città.
I bambini lo notarono subito. Kevin si sentì quasi spiazzato da quanto lo aveva atteso.
Durante quel lungo inverno aveva parlato mille volte con Noce e gli aveva rivolto un sacco di domande. Nella sua testa lui certe volte rispondeva, a volte non lo faceva, poteva essere cattivo oppure un mago, a volte era come un nonno a volte ancora era un vecchio saggio.
Quindi gli parve la cosa più naturale del mondo staccarsi dagli amici, andare dal vecchio e chiedergli:
«Noce, ma perché vieni sempre in questo posto?»
Il vecchio spalancò gli occhi, stupito, forse per il fatto che il bimbo gli avesse rivolto la parola o forse per lo strano nome con cui lo aveva chiamato. Fece poi un gesto con il palmo della mano destra rivolto in alto, per indicare le chiavi.
«Si, ma a cosa servono queste chiavi?» disse Kevin con un filo di esasperazione nella voce.
Noce fece il gesto di aprire una porta.
«Sì ma quali porte?» disse quasi gridando.
Noce alzò gli occhi in alto e i bambini, che intanto si erano avvicinati, immaginarono che il vecchio stesse sorridendo, ma a causa delle rughe non ne erano proprio sicuri.
Allora Kevin disse:
«Ma perché non parli?»
Il vecchio sospirò molto profondamente e poi si grattò la testa.
Gli altri avevano già perso la voglia di assecondare quello strano nonnetto. Quel pomeriggio dovevano andare in centro a comprare la liquirizia nuova che era appena arrivata dalla Calabria.
Quindi convinsero Kevin a seguirli e lasciarono Noce.
Kevin, fatti pochi passi, però si voltò e tornò indietro. Afferrò la chiave gialla e ritornò di corsa dai suoi compagni. Non aveva idea del perché l’avesse presa, ma il vecchio lo lasciò fare.
Allora Kevin, a cui le domande rimbalzavano dentro la testa come le gocce di pioggia sulle strade, provò a chiedere agli amici se volevano accompagnarlo a cercare che cosa aprisse quella chiave.
Ma gli altri erano troppo impegnati a riempirsi la bocca, prima di desideri e poi di liquirizia.
Kevin allora mangiò con loro le nuove liquirizie, con cui avevano riempito a metà i loro sacchetti di iuta e che erano davvero deliziose, e poi tornò da Noce per restituirgli la chiave.
Ma Noce se ne era già andato.
Kevin si ritrovò con la chiave gialla in mano e ritornò a casa.
Nei mesi successivi, nelle giornate grigie, non appena qualche goccia di pioggia sfiorava i vetri della finestra di camera sua, Kevin si precipitava al portico, da solo, e per un motivo che non riusciva a spiegarsi, sempre più spesso dimenticava a casa il sacchetto di iuta.
Noce però non c’era mai.
Solo verso gli ultimi giorni di Marzo, Noce ridiscese in città.
Camminava piano, quasi con fatica e si sosteneva con un bastone giallo.
Kevin aspettò che si mettesse seduto e che stendesse sulla tovaglia le chiavi. Quindi si avvicinò. Noce aprì gli occhi. Kevin, senza parlare, gli porse la chiave gialla. Noce con un gesto lo invitò a prenderne un’altra. Kevin prese quella nera.
Noce prese il bastone giallo e con quello inforcò l’anello con il portachiavi a forma di noce. Perché ora faceva molta fatica a piegarsi. Lo fece scivolare lungo il bastone poi lo diede a Kevin. Kevin infilò la chiave nera nell’anello e strinse forte il portachiavi. Poi salutò a voce bassissima e se ne andò.
Gli anni passarono e Kevin diventò grande. Noce non si era più visto in città.

Kevin aveva già quasi quindici anni e stava passeggiando per il centro, abbracciato a una ragazza bassina e bionda. Vedeva sfrecciare davanti a loro ragazzini con i loro sacchetti di iuta sulle spalle. Si diressero verso il portico. Kevin non aveva perso l’abitudine di passare di lì, con un filo di speranza troppo sottile, ma ancora confortante.
Si fermò nel punto esatto in cui Noce metteva sempre la sua sedia e baciò la sua ragazza.
Poi, con la coda dell’occhio notò che poco distante, seduta sul gradino di una vetrina di dolci c’era una signora anziana che vendeva nastri per i capelli. La sua ragazza disse: ”Diamo un’occhiata? Sembrano carini!”
Kevin, tenendola stretta a sé si avvicinò alla signora. Guardando distrattamente i nastri Kevin sentì come un colpo al centro del petto. I nastri erano poggiati su una tovaglietta rossa dei delfini quasi stinti.
“Ma è la tovaglia di Noce!” esclamò a voce più alta di quanto avrebbe voluto
“Chi è Noce?” chiese la sua ragazza.
“Signora, mi scusi la domanda un po’ strana. Ma la tovaglia è in vendita?”
“Ma no, caro, dove appoggerei i miei nastri?”
Poi però ci pensò su un po’ e, appoggiandosi a un bastone nero si alzò. “Senti, se ti piace tanto la puoi prendere, ma non vale un granché”.
Nel tirare fuori il portafoglio a Kevin cadde il mazzo di chiavi di casa con il portachiavi a forma di noce e la chiave nera.
La vecchia si fece seria. Poi senza dire nulla spostò a uno a uno i nastri e infine piegò con cura la tovaglia a la diede a Kevin dicendo che non voleva nulla. Per il disturbo la ragazza di Kevin però comprò due nastri per i capelli.
“Perché volevi tanto quella vecchia tovaglia?”
“E’ uguale a una che da piccolo vedevo sempre”.
“Sei davvero speciale Kevin”.
“Posso farti anche io una domanda?”
“Certo…”
“Perché hai scelto un nastro giallo e uno nero?”
“Non lo so. Forse perché sono il colore dei nostri capelli”
Uscendo dal portico, mano nella mano, si accorsero che stava iniziando a piovere.

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foto quarantena

Bambini, figli, emozioni

Non sono bravo a scrivere, quindi preferisco usare altri mezzi, anzi un altro mezzo. La macchina fotografica. Non che sia bravo intendiamoci, ma la fotografia è la forma di espressione più vicina a me. Siamo stati in casa quasi due mesi, coi nostri bambini. Anche per loro è stato un turbinio di emozioni diverse ed un esperienza in qualche modo unica. Credo non sempre felice come può sembrare in apparenza per loro. Si sono scontrati con emozioni e paure nuove. Ho cercato di catturarle, non so se ci sono riuscito, ma questo è un periodo da ricordare.