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Farfalle

Lassù c’era come un enorme tappeto volante di farfalle.
Il cielo era quasi completamente coperto. La maggior parte era bianca.
I raggi del sole filtravano attraverso le ali come di solito fanno con le nuvole. Guardarle faceva male agli occhi.
Mattia, non aveva idea di come fossero arrivate tutte assieme, così all’improvviso.
Era in piazza, da solo, a giocare a pallone contro il muretto del cimitero.
L’eco dei suoi calci, nella piazza vuota del primo pomeriggio, era un momento prezioso.
Era stato tra i primi, o forse proprio il primo ad accorgersi delle farfalle ed ed era rimasto immobile a guardarle, con la bocca aperta e la gola secca.
Era uno spettacolo meraviglioso, ma anche un po’ pauroso.
In pochissimo tempo però la piazza si era riempita di gente.
Mattia fu spintonato da centinaia di gambe, alte quanto lui.
Aveva circa quattro anni e gli adulti, quando hanno la testa in aria, non si accorgono di chi sta sotto.
Le farfalle sfioravano i tetti delle case. Sembravano di fretta, come di passaggio verso altre terre.
Appena sopra la testa di Mattia si formò una fitta rete di voci.
«Stanno scappando da qualcosa!».
«Ci avvertono di una minaccia!»
«È il clima che è impazzito!»
«Sono state le piogge di Maggio!»
Un prete si era affacciato sul sagrato. Molti si erano voltati nella sua direzione.
Anche Mattia si era girato di riflesso e lo aveva visto solo per un attimo mentre si faceva il segno della croce.
Poi decine di persone si erano messe tra lui e qualsiasi cosa potesse vedere.
«Che Dio ci protegga!»
«Dio ci ha mandato tanta bellezza… dovremmo ringraziarlo invece…»
«Dio non c’entra niente!»
Mattia ascoltava tutto, anche se non capiva. Il fatto che neppure i grandi fossero d’accordo tra loro non lo faceva stare bene.
‘Le farfalle di solito volano senza fare rumore’ pensò.
Invece quel giorno sentiva chiaramente che le migliaia di ali producevano un rumore di fondo costante, che ovattava anche tutte quelle frasi difficili.
Poi un uomo estrasse un cellulare e lo puntò verso il cielo. Come un’epidemia tutti gli adulti estrassero dalle tasche i loro smartphone e li sollevarono. Mattia era là sotto. Nel sottobosco di cellulari, che stava sotto lo sciame di farfalle, che stava sotto il cielo.
Mattia cercò di mettersi in punta dei piedi,di spostare la testa, ma non riusciva più a vedere le farfalle.
Provò allora a farsi largo tra quella selva di gambe e dirigersi verso i gradini della chiesa.
Ma anche lì era ormai pieno di adulti con le braccia alzate e i telefoni in mano.
Ai lati della piazza le donne più anziane, alcune con la testa bassa e altre con una mano raggrinzita come visiera. Loro non dicevano niente.
Mattia a fatica riuscì a sgattaiolare fuori dalla folla, salì di corsa la scala esterna di casa sua e raggiunse il terrazzino, che dava sulla piazza.
Per un attimo si ritrovò da solo.
Con un lenzuolo bianchissimo sospeso sopra di lui e, sotto, un mare di braccia levate che ondeggiavano come un mare increspato.
Le voci, invece, non arrivavano fino al terrazzo
Piano piano il fiato grosso della corsa rallentò e Mattia si mise a gambe incrociate.
Sua mamma uscì sul terrazzino e lo abbracciò alle spalle.
«Hai visto che meraviglia Mattia?»
E Mattia lì, sospeso tra la terra e il cielo, si sentì felice.

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