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F. Aramburu Patria

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Su consiglio della mia bibliotecaria di fiducia (tra l’altro vi confesso che ci sto provando da un po’ con questa… ) ho letto questo libro di un autore spagnolo, benché nella sua traduzione italiana, e già questa è una cosa che non facevo da tempo.

Aramburu è nato a San Sebastián nel 1959. È un basco. Scorrendo un po’ in rete le trame dei suoi libri risulta evidente che l’ origine di questo autore ha segnato la sua produzione letteraria. Sì, perché dire País Vasco…no, no…dire Euskadi (questo il nome della Comunità in lingua Euskera, la lingua basca) per molti anni ha coinciso col dire indipendentismo, lotta armata, terrorismo. ETA.

ETA è l’acronimo di Euskadi Ta Askatasuna, ovvero País Vasco y libertad, se lo traduciamo in castigliano. Libertà è la parola su cui si costruiscono spesso l’iconografia, gli slogan, le convinzioni di un gruppo che punta a farsi un gran numero di adepti. Libertà, indipendenza, fede, patria…Tutte parole molto adatte per fare proselitismo, che condite con una sana dose di demagogia possono accendere l’uomo fino a spingerlo ad azioni che vanno ben oltre i limiti tollerabili dalla moralità. Ma l’ETA era questo: lotta armata, attentati, el impuesto revolucionario, cioè una tassa per tutti gli imprenditori o coloro che avessero qualunque tipo di attività sul territorio basco, giustificata dal fatto che, sempre molto idealmente, ogni basco aveva il dovere di finanziare e perorare la causa come poteva. E sottrarsi a questa tassa voleva dire mettere in pericolo la propria incolumità e quella della propria famiglia. Passano gli anni, si susseguono i delitti, le stragi, gli arresti. Poi, un giorno, l’ETA comunica che abbandona la lotta armata. Cosa significa? Qualcuno rimane spiazzato, le paure non si cancellano in un minuito…e poi ci si chiede se il governo centrale sia stato costretto a concessioni eccessive, fino a che livello. Di fatto, però, niente più spargimenti di sangue.

Vista da fuori la storia è questa. Ma da dentro? Vista dalle strade di un piccolo paese, dove tutti si conoscono, dove tutti crescono con le stesse voci nelle orecchie e capire dove sta il giusto e lo sbagliato a volte diventa esercizio di equilibrismo che richiede tanta preparazione. Che non è per tutti.

E qui, dove tutti sono indipendentisti, perfino il prete, dove tutti si conoscono e non puoi muoverti, che tutti lo sapranno, ma tutti saranno anche disposti a non aver visto nulla…dove dare dello “spagnolo”, o magari españolazo a una persona è un’offesa senza pari…qui, cosa si percepisce? Cosa succede qui? Tra la gente…

“Patria” è una storia di vittime, con tutta la confusione che causa questa parola, prima nei protagonisti e, quasi quasi, anche in noi che leggiamo. Ma è una storia di vittime, su questo non c’è dubbio. La parola “vittime” è ripetuta tantissime volte nel libro. Ma è anche una storia di persone. Due famiglie, nove personaggi, le cui vite sono pennellate su una tela lunga trent’anni. Il racconto non segue l’ordine cronologico, ma contrappone momenti del presente a ricordi del passato. Le vite, le personalità dei nove personaggi si delineano piano piano; in modo magistrale Aramburu ci fa entrare nella quotidianità stravolta delle loro vite e della vita di un paese che pare faticare, così piccolo, a stare al cospetto dei grandi sconvolgimenti che la lotta armata e la politica nazionale impongono. Aramburu ci disegna

l’Euskadi della gente. Gente cresciuta in Euskal Herria, che pensa in Euskera, in ogni senso, il cui sguardo è irrimediabilmente inzuppato di quegli slogan, di quei canti, di quelle bandiere…

La mia bibliotecaria di fiducia mi ha fatto leggere il libro che avevo voglia di leggere. E neanche lo sapeva. Alla fine della lettura ci si rende conto del perché del successo di questo romanzo. Una prosa veloce e scorrevole, caratterizzazioni ben costruite, che raccontano un mondo senza cadere nello stereotipo. E poi, fa tanto incazzare. Sì perché, alla fine del libro, è evidente che in molti hanno torto, ma…

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