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poesia

18 Agosto 1936

A Federico García Lorca

Sul sangue la penso come te.

Non lo voglio vedere.

Mi piace leggerlo, come il fuoco.

Ma il colpo;

quel colpo che cadde a spezzare

la linea dei versi,

che come filo reciso d’aquilone

si attorcigliò su se stessa e fuggì.

Quel colpo l’avrei voluto sentire,

per capire se la sua voce

davvero valesse tanto.

Estinse la musica gitana,

il passo breve dei fiori.

Gelò il cuore d’ogni alba,

rendendola sudicia lampadina

e ruppe le corde d’ogni chitarra.

Pochi erano rimasti per poterti cantare;

nessuno guadò un fiume nel tuo nome.

I cani, forse,

non abbaiarono più.

Mi scrivesti e non lo sapevi.

Ogni volta che tento di pisciare

su di una parola putrefatta

è anche per te.

Guardo in cielo

e non cerco l’aquilone.

( 08. Luna quando ai vitelli cresce il pelo. 2004 )

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diario quarantena

Deliri A Domicilio (giorno 15)

Nessun insegnante è stato maltrattato durante la stesura di questo pezzo.

Giorno 15: è appena stato comunicato che è necessario dare delle valutazioni anche a distanza.

Lezione di Scienze Motorie.

PROF. S.M.: Buongiorno ragazzi. Come avrete notato la Didattica a Distanza si sta prolungando e non sappiamo per quanto ancora durerà. Quindi, come vi avevo preannunciato via mail, oggi darò un po’ di voti. Partiamo con salti alla corda. I quattro tipi che abbiamo visto: piedi uniti, piedi alternati, su un piede e incrociato. Pronti? Giovannelli, comincia tu.

PARIS: Prof, Minali oggi non riesce a connettersi perché il computer lo usa suo fratello.

PROF. S.M.: Ma Minali ha un fratello grande che fa il fabbro.

PARIS: Lo usa suo fratello per giocare a Minecraft.

PROF. S.M.: Ma come?! Questa cosa la farò presente ai genitori.

PARIS: Ma non è colpa sua…se non glielo lascia lo picchia.

PROF. S.M.: Va beh…allora Giovannelli, comincia.

GIOVANNELLI: Prof, mi vede così?

PROF. S.M.: Sei un po’ in controluce, ma fa niente.

GIOVANNELLI: E’ che se mi sposto di più si vede mia mamma che stira e non vuole

MAMMA DI GIOVANNELLI: C’era bisogno di dirglielo…che cretino che sei…Buongiorno professoressa…lo scusi…a me non fa niente eh…se deve fare gli esercizi mi sposto.

PROF. S.M.: No, va beh, fa niente. Vai Giovannelli.

GIOVANNELLI: [esegue]

PROF S.M.: Va bene, buona esecuzione. Devi migliorare un po’ il ritmo sugli alternati, ma va bene. 7 e mezzo. Gianantonio Leggiadri. Vai, tocca a te.

LEGGIADRI: Prof, però la videocamera non mi funziona…

PROF. S.M.: Ah…ehm…va beh…falle al microfono.

LEGGIADRI: [esegue]

PROF. S.M.: Ottimo, bravo Leggiadri!

LEGGIADRI: Ma non avevo finito…

PROF. S.M.: Perfetto come sempre, Leggiadri. 10!!!

LEGGIADRI: Grazie, prof…

PROF. S.M.: Fulvio Mastodoni. Ora a te.

MASTODONI: Anche a me non va la webcam, prof…

PROF. S.M.: Siamo alle solite, Mastodoni. C’è sempre qualche scusa…dai, esegui al microfono.

MASTODONI: [esegue]

PROF. S.M.: Che roba era quella lì, Mastodoni? Me lo chiami saltare la corda?!

MASTODONI: Ma non li ho fatti male…c’è qui anche mia sorella glielo può dire!

PROF. S.M.: Cosa c’entra adesso tua sorella?! E’ insegnante? 5 perché voglio essere buona…

MASTODONI: Si può recuperare con l’interrogazione?

PROF. S.M.: Vedremo, dai…Agnesi!

AGNESI (in chat): Prof, non mi va la webcam…

PROF. S.M.: Ma è un’epidemia? Falli al microfono anche tu.

AGNESI (in chat): E’ che a me non va neanche il microfono…non so se glielo ha detto il coordinatore…

PROF. S.M.:  E come si fa?! Non mi puoi mica scrivere i salti nella chat!

AGNESI (in chat): …scatti?

PROF. S.M.: Cosa scatti?

AGNESI (in chat): No, volevo dire se magari invece dei salti posso fare due scatti…

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diario quarantena

Deliri A Domicilio (giorno 5)

Don’t try this at home.

Giorno 5 (english lesson)

ENGLISH TEACHER: Good morning everybody! How are you?

MASTODONI: No, prof, non c’è.

E.T. : What?

MASTODONI: Non c’è, non si è ancora connesso.

E.T.: But, who?!

MASTODONI: Ha chiamato Averara, no? Pota non c’è…

E.T.: Mastodoni, I said “how are you?”, come state?

MASTODONI: Bene, grazie. Averara è un po’ che non lo sento.

E.T.: …

PARIS: Prof, Minali ha detto che oggi non c’è.

E.T.: Well, let’s correct the exercises. Page 154. Agnesi, start!

AGNESI (in chat): Prof, non mi va il microfono!

E.T.: You can write…exercise number three. The first sentence.

AGNESI (in chat): Eh, questa non l’ho fatta…

E.T.: Rossi…

ROSSI: liked

E.T.: Rossi, facciamo lo sforzo di leggere tutta la frase…

ROSSI: ….

E.T. (dopo 30 secondi di silenzio): Rossi, ci sei?!?!?….boh….Castelli leggi tu!

CASTELLI: Last week we liked the lesson very much.

E.T.: Very good, Castelli! Agnesi fai la prossima, visto che la prima non l’avevi fatta…

AGNESI (in chat): No, prof, intendevo tutta questa non l’ho fatta.

E.T.: Tutta questa vuol dire l’esercizio?

AGNESI (in chat): Eh, sì…

E.T.: Allora fai quello dopo.

AGNESI (in chat, dopo quasi un minuto): No, ma prof…proprio questa pagina non ho fatto…

E.T.: Gli esercizi erano solo a questa pagina…non hai fatto niente allora…

AGNESI (in chat): Prof…I the hear you at scats….

E.T.: Cooosaa?!

AGNESI (in chat): La sento a scatti, però non so come si dice in inglese…

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diario quarantena

Deliri A Domicilio(giorno 1)

Le situazioni presentate sono puro frutto della fantasia. Ogni riferimento a persone realmente esistenti o fatti realmente accaduti verrà promosso, ma avrà un piano degli apprendimenti individualizzato.

Giorno 1

PROF: Buongiorno a tutti, ragazzi.  Per prima cosa spero che stiate tutti bene…ci troviamo a lavorare con questa nuova modalità, ma vedrete che insieme riusciremo ad organizzarci per poter comunque proseguire nel migliore dei modi e non attardarci troppo col programma. Aspettiamo 5 minuti visto che siamo ancora in pochi…

ROSSI: Prof! Castelli non riesce a entrare col link che ha inviato!

PARIS: Prof! Minali mi ha detto che non gli funziona internet!

AGNESI (in chat): Prof, non mi va il microfono!

PROF: Allora ragazzi, con calma…è normale all’inizio avere qualche problema. Ora mando l’invito a chi ancora non è riuscito ad entrare. Agnesi, hai cliccato sul simbolino rosso del microfono?  Allora, Rossi, è arrivato l’invito a Castelli?

CASTELLI: Sì, prof, grazie, sono qui. Rossi però è caduto.

PROF: Si è fatto male?

CASTELLI: No, la connessione…

PROF: Ah, meno male…Agnesi, prova ad uscire e rientrare.

AGNESI (in chat): Prof, la sento a scatti!

PARIS: Prof, Arsuffi non ha capito come si fa a entrare.

CASTELLI: Giovannelli dice che non gli è arrivato il link.

PROF: Ma l’ho mandato nella mail a tutta la classe!

PARIS: Nella mail?

PROF: Paris, tu da dove l’hai preso?

PARIS: Me l’ha mandato un mio amico di 3^D…

PROF: Come di 3^D?!?! Come faceva ad averlo?!

PARIS: Eh boh… a me l’ha mandato lui! Ah, dice Bassi che i suoi non sono a casa.

PROF: E quindi??!?

PARIS: Deve portare fuori il cane!

PROF: Va beh…lasciamo perdere, per oggi facciamo lezione con chi c’è…

CASTELLI: Prof, ma fra tre minuti inizia la lezione di mate…

PROF: …Va beh…ci vediamo giovedì…

AGNESI: Arrivederci prof!

Prof: Ma tu non avevi problemi col microfono??!

AGNESI (in chat): Prof, la sento a scatti!

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poesia

Temporale (senza numerini)

Su scure persiane, socchiuse e stanche

soffia il vento i suoi soffici sussurri;

sempre dolce per me in penombra il suono

come sfiorar di piuma

dello sbracciarsi delle più alte foglie.

La pelle sente e sa già ciò che vuole

e l’attesa quasi rallenta il cuore

s’affretta un cane chiamato da un fischio,

cade il suono, come moneta in tasca.

Ricordo dolci estati.

I toc distanti delle prime gocce

bussavan sul selciato

e io stavo seduto

di fianco ad uno straccio di candela

e quella voce portava lontano

sulle onde di pagine aperte in grembo.

Non ansia fredda, ma un tiepido nodo;

non brama di fuga, ma un vecchio abbraccio;

non sete in gola, ma un dolce torrente

di miele per i sensi.

E poi vera la pioggia si faceva,

diventava più forte,

violentissimi scrosci

aperti ad acclamare in un applauso.

Sollevo le palpebre.

Pioggia che canta e mi fa compagnia,

pioggia che piange amore per la terra,

pioggia che forse non sa ancora niente.

Un abbaglio, il tuono, fragori e lampi.

E leggo e sorrido e alzo gli occhi e guardo

e battere di tegole.

Del verde osservo l’esausto placarsi…

La mente torna all’istante fuggito

le dita appoggiate a quel vetro freddo

volevan fermare le gocce perdute

e lì davvero pareva paura

che se ne stesse andando…non sapevo…

Tornava ormai la vita dentro l’aria

la vita che ascoltavo meglio prima.

Scorgevo aprirsi il cielo e nostalgia

e la triste allegria

bagnata d’effimero

d’andar di nuovo verso giochi e sole

oggi rimane in me come sentenza.

Sfogato il suo pianto il cielo si placa;

la voce rabbiosa adesso si placa

resta l’ultimo grido

che fugge nel bosco e si placa.

Crepita la ghiaia passi bagnati,

la luce sbuca più bianca del latte.

Pozzanghere, fiori, i primi due raggi.

Tra i rami un cinguettare.

Non solo la Madre sveglia le membra;

sbadiglia e sbuffa lontano un trattore,

del mio gioco di sogni traditore.

Il temporale è un racconto di sangue,

il temporale è un racconto di fuoco

ed il suo spegnersi lascia quel vuoto

a cui non darei il nome di sollievo.

Perché chiamare amore solo il sole

se vivo quell’amare la tempesta

come l’amante guarda con passione

negli occhi dell’amata arder la brace?

Che sia rosso vento di desiderio

vulcano vivo traboccante d’ira

o della gelosia speziata luce,

ciò che l’anima scuote è il nostro pane.

Come il fuoco, come l’onde e la neve

come i brividi e un mistero di nebbia,

l’ardito e il folle e il magico e l’ignoto

son fremito che sale nella gola

così anche gli occhi tuoi e il temporale

sconvolgono di fiamme questo petto.

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poesia

Temporale

01        Su scure persiane, socchiuse e stanche

02        soffia il vento i suoi soffici sussurri;

03        sempre dolce per me in penombra il suono

04        come sfiorar di piuma

05        dello sbracciarsi delle più alte foglie.

06        La pelle sente e sa già ciò che vuole

07        e l’attesa quasi rallenta il cuore

08        s’affretta un cane chiamato da un fischio,

09        cade il suono, come moneta in tasca.

10        Ricordo dolci estati.

11        I toc distanti delle prime gocce

12        bussavan sul selciato

13        e io stavo seduto

14        di fianco ad uno straccio di candela

15        e quella voce portava lontano

16        sulle onde di pagine aperte in grembo.

17        Non ansia fredda, ma un tiepido nodo;

18        non brama di fuga, ma un vecchio abbraccio;

19        non sete in gola, ma un dolce torrente

20        di miele per i sensi.

21        E poi vera la pioggia si faceva,

22        diventava più forte,

23        violentissimi scrosci

24        aperti ad acclamare in un applauso.

25        Sollevo le palpebre.

26        Pioggia che canta e mi fa compagnia,

27        pioggia che piange amore per la terra,

28        pioggia che forse non sa ancora niente.

29        Un abbaglio, il tuono, fragori e lampi.

30        E leggo e sorrido e alzo gli occhi e guardo

31        e battere di tegole.

32        Del verde osservo l’esausto placarsi…

33        La mente torna all’istante fuggito

34        le dita appoggiate a quel vetro freddo

35        volevan fermare le gocce perdute

36        e lì davvero pareva paura

37        che se ne stesse andando…non sapevo…

38        Tornava ormai la vita dentro l’aria

39        la vita che ascoltavo meglio prima.

40        Scorgevo aprirsi il cielo e nostalgia

41        e la triste allegria

42        bagnata d’effimero

43        d’andar di nuovo verso giochi e sole

44        oggi rimane in me come sentenza.

45        Sfogato il suo pianto il cielo si placa;

46        la voce rabbiosa adesso si placa

47        resta l’ultimo grido

48        che fugge nel bosco e si placa.

49        Crepita la ghiaia passi bagnati,

50        la luce sbuca più bianca del latte.

51        Pozzanghere, fiori, i primi due raggi.

52        Tra i rami un cinguettare.

53        Non solo la Madre sveglia le membra;

54        sbadiglia e sbuffa lontano un trattore,

55        del mio gioco di sogni traditore.

56        Il temporale è un racconto di sangue,

57        il temporale è un racconto di fuoco

58        ed il suo spegnersi lascia quel vuoto

59        a cui non darei il nome di sollievo.

60        Perché chiamare amore solo il sole

61        se vivo quell’amare la tempesta

62        come l’amante guarda con passione

63        negli occhi dell’amata arder la brace?

64        Che sia rosso vento di desiderio

65        vulcano vivo traboccante d’ira

66        o della gelosia speziata luce,

67        ciò che l’anima scuote è il nostro pane.

68        Come il fuoco, come l’onde e la neve

69        come i brividi e un mistero di nebbia,

70        l’ardito e il folle e il magico e l’ignoto

71        son fremito che sale nella gola

72        così anche gli occhi tuoi e il temporale

73        sconvolgono di fiamme questo petto.

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foto

Alziamo lo sguardo

Stiamo pian piano perdendo la nostra posizione eretta, sempre con lo sguardo abbassato , la testa china sul nuovo mondo in mano. Da quando giro con la macchina fotografica al collo (nonostante il peso…) ho cominciato ad alzare lo sguardo, ad alzare gli occhi al cielo, e vi giuro che si scoprono delle visuali inusuali…e bellissime.

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raccontini brevi

Noce

Lo chiamavano ‘faccia di noce’ oppure solo ‘Noce’
Forse perché aveva così tante rughe che quasi non si vedeva quando sorrideva.
O forse per il portachiavi.
Faccia di noce arrivava in città con il suo bastone bianco nei giorni in cui il cielo era nuvoloso e scendevano solo poche gocce di pioggia.
Nessuno sapeva dove abitasse, ma forse è più giusto dire che nessuno se lo era mai chiesto.
Nessuno, tranne forse i bambini. Quando arrivava, si sedeva sotto il portico, su uno sgabello di stoffa pieghevole che estraeva dal suo zaino.
Con molta calma, poi, toglieva dallo zaino anche un grosso mazzo di chiavi colorate. Erano tenute insieme da un anello e da un curioso portachiavi a forma di noce. Sdraiava in terra le chiavi, una a una, su una tovaglietta rossa con disegnati alcuni delfini azzurri un po’ scoloriti.
Solo quando le aveva disposte tutte, in ordine, partendo dalla gialla per arrivare alla nera, allora chiudeva gli occhi e si riposava.
Se un bambino si avvicinava e osservava le chiavi, lui apriva gli occhi. Nessuno però si azzardava a toccarle. Erano tutti convinti che il vecchio fosse lì per venderle. Ma i bambini di quella città. se mai fossero riusciti a risparmiare qualche moneta, di certo non l’avrebbero sprecata per comprare una chiave colorata. I bambini di quella città portavano sempre sulla spalla un sacchetto di iuta e la loro missione era cercare di procurarsi e assaggiare dolci sempre nuovi.

Ma in qualche bambino cresceva anche un pizzico di curiosità per quello strano vecchietto.
Era un giorno di tardo ottobre quando Noce scese in città per la terza volta in quell’autunno che era stato carico di nuvole. Il primo bimbo che osò toccare una delle chiavi fu Kevin. E scelse quella gialla.
Appena l’afferrò, il vecchio raccolse le altre chiavi, le infilò con calma nell’anello e le mise via.
Allora Kevin, pensando di aver fatto un errore, gliela restituì e per quel giorno tutto finì così.
Da quella prima volta alla seconda però passarono tre mesi perché quell’inverno non ne voleva sapere di piovere poco.
Solo verso la fine di febbraio, Noce ritornò in città.
I bambini lo notarono subito. Kevin si sentì quasi spiazzato da quanto lo aveva atteso.
Durante quel lungo inverno aveva parlato mille volte con Noce e gli aveva rivolto un sacco di domande. Nella sua testa lui certe volte rispondeva, a volte non lo faceva, poteva essere cattivo oppure un mago, a volte era come un nonno a volte ancora era un vecchio saggio.
Quindi gli parve la cosa più naturale del mondo staccarsi dagli amici, andare dal vecchio e chiedergli:
«Noce, ma perché vieni sempre in questo posto?»
Il vecchio spalancò gli occhi, stupito, forse per il fatto che il bimbo gli avesse rivolto la parola o forse per lo strano nome con cui lo aveva chiamato. Fece poi un gesto con il palmo della mano destra rivolto in alto, per indicare le chiavi.
«Si, ma a cosa servono queste chiavi?» disse Kevin con un filo di esasperazione nella voce.
Noce fece il gesto di aprire una porta.
«Sì ma quali porte?» disse quasi gridando.
Noce alzò gli occhi in alto e i bambini, che intanto si erano avvicinati, immaginarono che il vecchio stesse sorridendo, ma a causa delle rughe non ne erano proprio sicuri.
Allora Kevin disse:
«Ma perché non parli?»
Il vecchio sospirò molto profondamente e poi si grattò la testa.
Gli altri avevano già perso la voglia di assecondare quello strano nonnetto. Quel pomeriggio dovevano andare in centro a comprare la liquirizia nuova che era appena arrivata dalla Calabria.
Quindi convinsero Kevin a seguirli e lasciarono Noce.
Kevin, fatti pochi passi, però si voltò e tornò indietro. Afferrò la chiave gialla e ritornò di corsa dai suoi compagni. Non aveva idea del perché l’avesse presa, ma il vecchio lo lasciò fare.
Allora Kevin, a cui le domande rimbalzavano dentro la testa come le gocce di pioggia sulle strade, provò a chiedere agli amici se volevano accompagnarlo a cercare che cosa aprisse quella chiave.
Ma gli altri erano troppo impegnati a riempirsi la bocca, prima di desideri e poi di liquirizia.
Kevin allora mangiò con loro le nuove liquirizie, con cui avevano riempito a metà i loro sacchetti di iuta e che erano davvero deliziose, e poi tornò da Noce per restituirgli la chiave.
Ma Noce se ne era già andato.
Kevin si ritrovò con la chiave gialla in mano e ritornò a casa.
Nei mesi successivi, nelle giornate grigie, non appena qualche goccia di pioggia sfiorava i vetri della finestra di camera sua, Kevin si precipitava al portico, da solo, e per un motivo che non riusciva a spiegarsi, sempre più spesso dimenticava a casa il sacchetto di iuta.
Noce però non c’era mai.
Solo verso gli ultimi giorni di Marzo, Noce ridiscese in città.
Camminava piano, quasi con fatica e si sosteneva con un bastone giallo.
Kevin aspettò che si mettesse seduto e che stendesse sulla tovaglia le chiavi. Quindi si avvicinò. Noce aprì gli occhi. Kevin, senza parlare, gli porse la chiave gialla. Noce con un gesto lo invitò a prenderne un’altra. Kevin prese quella nera.
Noce prese il bastone giallo e con quello inforcò l’anello con il portachiavi a forma di noce. Perché ora faceva molta fatica a piegarsi. Lo fece scivolare lungo il bastone poi lo diede a Kevin. Kevin infilò la chiave nera nell’anello e strinse forte il portachiavi. Poi salutò a voce bassissima e se ne andò.
Gli anni passarono e Kevin diventò grande. Noce non si era più visto in città.

Kevin aveva già quasi quindici anni e stava passeggiando per il centro, abbracciato a una ragazza bassina e bionda. Vedeva sfrecciare davanti a loro ragazzini con i loro sacchetti di iuta sulle spalle. Si diressero verso il portico. Kevin non aveva perso l’abitudine di passare di lì, con un filo di speranza troppo sottile, ma ancora confortante.
Si fermò nel punto esatto in cui Noce metteva sempre la sua sedia e baciò la sua ragazza.
Poi, con la coda dell’occhio notò che poco distante, seduta sul gradino di una vetrina di dolci c’era una signora anziana che vendeva nastri per i capelli. La sua ragazza disse: ”Diamo un’occhiata? Sembrano carini!”
Kevin, tenendola stretta a sé si avvicinò alla signora. Guardando distrattamente i nastri Kevin sentì come un colpo al centro del petto. I nastri erano poggiati su una tovaglietta rossa dei delfini quasi stinti.
“Ma è la tovaglia di Noce!” esclamò a voce più alta di quanto avrebbe voluto
“Chi è Noce?” chiese la sua ragazza.
“Signora, mi scusi la domanda un po’ strana. Ma la tovaglia è in vendita?”
“Ma no, caro, dove appoggerei i miei nastri?”
Poi però ci pensò su un po’ e, appoggiandosi a un bastone nero si alzò. “Senti, se ti piace tanto la puoi prendere, ma non vale un granché”.
Nel tirare fuori il portafoglio a Kevin cadde il mazzo di chiavi di casa con il portachiavi a forma di noce e la chiave nera.
La vecchia si fece seria. Poi senza dire nulla spostò a uno a uno i nastri e infine piegò con cura la tovaglia a la diede a Kevin dicendo che non voleva nulla. Per il disturbo la ragazza di Kevin però comprò due nastri per i capelli.
“Perché volevi tanto quella vecchia tovaglia?”
“E’ uguale a una che da piccolo vedevo sempre”.
“Sei davvero speciale Kevin”.
“Posso farti anche io una domanda?”
“Certo…”
“Perché hai scelto un nastro giallo e uno nero?”
“Non lo so. Forse perché sono il colore dei nostri capelli”
Uscendo dal portico, mano nella mano, si accorsero che stava iniziando a piovere.

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foto quarantena

Bambini, figli, emozioni

Non sono bravo a scrivere, quindi preferisco usare altri mezzi, anzi un altro mezzo. La macchina fotografica. Non che sia bravo intendiamoci, ma la fotografia è la forma di espressione più vicina a me. Siamo stati in casa quasi due mesi, coi nostri bambini. Anche per loro è stato un turbinio di emozioni diverse ed un esperienza in qualche modo unica. Credo non sempre felice come può sembrare in apparenza per loro. Si sono scontrati con emozioni e paure nuove. Ho cercato di catturarle, non so se ci sono riuscito, ma questo è un periodo da ricordare.

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poesia

Clase

Lorca 1
Lorca 2
Romancero gitano
Romance de la luna luna
Romance sonámbulo

Mi scuso…nell’audio ho parlato di “setaccio”, che è la traduzione di pandero, ma in questo caso sicuramente si riferisce al tamburello tipico della musica flamenca…

Romance de la luna luna

La luna vino a la fragua
con su polisón de nardos.
El niño la mira mira.
El niño la está mirando.

En el aire conmovido
mueve la luna sus brazos
y enseña, lúbrica y pura,
sus senos de duro estaño.

Huye luna, luna, luna.
Si vinieran los gitanos,
harían con tu corazón
collares y anillos blancos.

Niño déjame que baile.
Cuando vengan los gitanos,
te encontrarán sobre el yunque
con los ojillos cerrados.


Huye luna, luna, luna,
que ya siento sus caballos.
Niño déjame, no pises,
mi blancor almidonado.

El jinete se acercaba
tocando el tambor del llano.
Dentro de la fragua el niño,
tiene los ojos cerrados.

Por el olivar venían,
bronce y sueño, los gitanos.
Las cabezas levantadas
y los ojos entornados.

¡Cómo canta la zumaya,
ay como canta en el árbol!
Por el cielo va la luna
con el niño de la mano.

Dentro de la fragua lloran,
dando gritos, los gitanos.
El aire la vela, vela.
el aire la está velando.

Romance de la luna luna – Federico García Lorca

La luna venne alla fucina
col suo sellino di nardi.
Il bambino la guarda, guarda.
Il bambino la sta guardando.

Nell’aria commossa
la luna muove le sue braccia
e mostra, lubrica e pura,
i suoi seni di stagno duro.

Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e bianchi anelli.

Bambino, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno sull’incudine
con gli occhietti chiusi.

Fuggi, luna, luna, luna
che già sento i loro cavalli.
Bambino lasciami, non calpestare
il mio biancore inamidato.

Il cavaliere si avvicina
suonando il tamburo del piano.
Nella fucina il bambino
ha gli occhi chiusi.

Per l’uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
le teste alzate
e gli occhi socchiusi.

Come canta l’allocco,
ah, come canta sull’albero!
Nel cielo va luna
con un bimbo per mano.

Nella fucina piangono,
gridano, i gitani.
Il vento la veglia, veglia.
Il vento la sta vegliando.

Romance Sonámbulo

Verde que te quiero verde.
Verde viento. Verdes ramas.
El barco sobre la mar
y el caballo en la montaña.
Con la sombra en la cintura
ella sueña en su baranda,
verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Verde que te quiero verde.
Bajo la luna gitana,
las cosas la están mirando
y ella no puede mirarlas.

Verde que te quiero verde.
Grandes estrellas de escarcha,
vienen con el pez de sombra
que abre el camino del alba.
La higuera frota su viento
con la lija de sus ramas,
y el monte, gato garduño,
eriza sus pitas agrias.
¿Pero quién vendrá? ¿Y por dónde?
Ella sigue en su baranda,
verde carne, pelo verde,
soñando en la mar amarga.

–Compadre, quiero cambiar
mi caballo por su casa,
mi montura por su espejo,
mi cuchillo por su manta.
Compadre, vengo sangrando,
desde los puertos de Cabra.
–Si yo pudiera, mocito,
este trato se cerraba.
Pero yo ya no soy yo,
ni mi casa es ya mi casa.
–Compadre, quiero morir,
decentemente en mi cama.
De acero, si puede ser,
con las sábanas de holanda.
¿No ves la herida que tengo
desde el pecho a la garganta?
–Trescientas rosas morenas
lleva tu pechera blanca.
Tu sangre rezuma y huele
alrededor de tu faja.
Pero yo ya no soy yo,
ni mi casa es ya mi casa.
–Dejadme subir al menos
hasta las altas barandas,
¡dejadme subir!, dejadme
hasta las verdes barandas.
Barandales de la luna
por donde retumba el agua.
Ya suben los dos compadres
hacia las altas barandas.
Dejando un rastro de sangre.
Dejando un rastro de lágrimas.
Temblaban en los tejados
farolillos de hojalata.
Mil panderos de cristal
herían la madrugada.

Verde que te quiero verde,
verde viento, verdes ramas.
Los dos compadres subieron.
El largo viento dejaba
en la boca un raro gusto
de hiel, de menta y de albahaca.
–¡Compadre! ¿Dónde está, dime?
¿Dónde está tu niña amarga?
¡Cuántas veces te esperó!
¡Cuántas veces te esperara,
cara fresca, negro pelo,
en esta verde baranda!

Sobre el rostro del aljibe
se mecía la gitana.
Verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Un carámbano de luna
la sostiene sobre el agua.
La noche se puso íntima
como una pequeña plaza.
Guardias civiles borrachos
en la puerta golpeaban. Verde que te quiero verde,
verde viento, verdes ramas.
El barco sobre la mar.
Y el caballo en la montaña.

Romance sonámbulo

Verde che ti voglio verde.
Verde vento. Verdi rami.
La nave sul mare
e il cavallo sulla montagna.
Con l’ombra alla vita
ella sogna alla sua balaustra,
verde carne, chioma verde,
con occhi d’argento gelato.
Verde que te quiero verde.
Sotto la luna gitana,
le cose la stanno guardando
ed ella non può guardarle.

Verde che ti voglio verde.
Grandi stelle di brina
vengono col pesce d’ombra
che apre la strada dell’alba.
Il fico sfrega il suo vento
con lo smeriglio dei suoi rami,
e il monte, gatto sornione,
arriccia le sue agavi acri.
Ma, chi verrà? e da dove?…
Ella sempre alla sua balaustra,
verde carne, chioma verde,
sognando l’amaro mare.

– Compare, vorrei scambiare
il mio cavallo con la tua casa,
la mia sella col tuo specchio,
il mio coltello con la tua coperta.
Compare, arrivo insanguinato
dai valichi di Cabra.
– Se potessi, caro amico,
il cambio sarebbe già fatto.
Ma io non sono più io,
né la mia casa è più la mia casa.
– Compare, voglio morire
decorosamente nel mio letto.
Molle d’acciaio, se è possibile,
con le lenzuola d’Olanda.
Non vedi questa ferita
dal petto alla gola?
– Trecento rose brune
sulla tua camicia bianca.
Il tuo sangue gocciola e odora
alla fascia della tua cintura.
Ma io non sono più io,
né la mia casa è più la mia casa.
– Lascia almeno che salga
fino alle alte balaustre;
lascia che salga, lascia,
alle verdi balaustre.
Colonnine della luna
per dove rimbomba l’acqua.

Salgono i due compari
alle alte balaustre.
Lasciando una traccia di sangue.
Lasciando una traccia di lacrime.
Tremavano sui tetti
lanternine di latta.
Mille tamburelli di vetro
ferivano le luci dell’alba.

Verde que te quiero verde,
verde vento, verdi rami.
I due compari salirono.
Il lungo vento lasciava
in bocca uno strano sapore
di fiele, di menta e basilico.
– Dove sta, dimmi, compare!
Dove, la tua ragazza amara?
– Quante volte t’ha aspettato!
Quante volte t’aspettò,
viso fresco, nera chioma,
a questo verde balcone!

Sulla faccia della cisterna
la gitana si dondolava.
Verde carne, chioma verde
con occhi d’argento gelato.
Un ghiacciolo di luna
la sorregge sull’acqua.
La notte si fece intima
come una piccola piazza.
Guardie civili ubriache
alla porta bussarono.
Verde que te quiero verde.
Verde vento. Verdi rami.
La nave sul mare.
E il cavallo sulla montagna.